«Quei mesi in cui feci l’operaio e poi decisi di riprendere gli studi interrotti»
IVREA. Esame di Maturità. Un rito di passaggio che per la mia generazione ha spesso costituito un incubo ed è rimasto per anni un ricordo indelebile. Gli anni della mia maturità erano gli anni sessanta, ma non quelli libertari del sessantotto. Nel 1963 si preparavano cambiamenti storici importanti, ma nella mia piccola e travagliata storia di adolescente c’era solo la voglia di lasciarmi alle spalle alcuni momenti bui e il desiderio di superare un ostacolo impegnativo che mi permettesse attraverso il percorso universitario di ottenere una collocazione sociale più promettente e di dare a mio padre che aveva fatto tanti sacrifici per farmi studiare quella gratificazione che lui vedeva soprattutto nei traguardi culturali. Avevo infatti avuto una crisi nei miei anni di liceo, quando mi ero trasferito dalla Calabria - e per fortuna! Perché la maggior parte dei miei coetanei erano morti in quel vagone ferroviario caduto dal ponte del treno che portava gli studenti a Catanzaro. Ci eravamo trasferiti a Napoli e avevo iniziato a studiare in un famoso liceo nel centro storico frequentato dai rampolli della borghesia napoletana, che non faceva sconti a chi non facesse “uno studio matto e disperatissimo”.
C’è stato un momento in cui ho pensato che la scuola non fosse per me e ho deciso di partire per Torino a fare l’operaio presso una zia che non aveva figli ed era pronta ad accogliermi e a trovarmi un lavoro. Era l’epoca delle migrazioni dal Sud e il lavoro non mancava alla Fiat e nell’indotto. Facevamo profilati e dormivo in una stanza dormitorio, dove gli altri lavoratori non volevano sentir parlare di tenere accesa la luce di notte per leggere un libro. Ho passato alcuni mesi a vivere la mitica esperienza della classe operaia e a meditare sul mio futuro. La decisione di ritornare a studiare fu confortata dall’aiuto di una zia eccezionale che negli anni del primo dopoguerra era riuscita, contro tutti i pregiudizi maschilisti, ad essere tra i primi vincitori di una cattedra liceale.
Ricordo la faticosa, ma motivata, ripresa degli studi e l’esame: uno scoglio difficile ma che mi ha rafforzato nelle mie motivazioni. L’esame cominciava la prima settimana di luglio con quattro prove scritte (al liceo classico: italiano, latino, una dall’italiano in latino e una dal latino in italiano, greco), poi c’era l’orale, distribuito in due tempi, in base al sorteggio: materie letterarie (italiano latino, greco e storia dell’arte), materie scientifiche (matematica, fisica, scienze, storia e filosofia). Si aggiungeva ancora una prova pratica di educazione fisica che ricalcava l’addestramento militare, con le marce, esercizi a corpo libero e con gli attrezzi. Gli esaminatori erano tutti esterni, ma c’era un membro interno che poteva essere per noi una sorta di avvocato difensore, non sempre in grado però di rovesciare sentenze pesanti. Le bocciature non erano un’eccezione! Non mi dilungo sull’abbigliamento: giacca e cravatta per i maschi, grembiule nero per le ragazze! Ricordo solo di aver potuto usufruire della concessione di poter togliere la giacca durante gli scritti nella calura del luglio napoletano. Un ricordo che mi è rimasto particolarmente impresso è il mio orale di italiano che mi riservò i complimenti del commissario, mentre in matematica potei contare su una certa indulgenza dell’esaminatore.
Non voglio tediare con questi aneddoti da laudator temporis acti i giovani che oggi si preparano ad affrontare l’esame di Stato. Un esame diverso, ma non meno ansiogeno. Tutti gli esami nel loro ruolo di iniziazione all’età adulta hanno un forte “peso” emotivo e sono in un certo senso di maturità. Per voi giovani che vi accingete ora ad affrontarli è inutile enfatizzare il sadismo cui eravamo sottoposti in una società autoritaria per cui eravamo più temprati. La nostra società vi ha resi più fragili e lascia più ombre per il futuro. E questo è una nostra responsabilità.
Vorrei trasmettervi fiducia, invece, raccontando la mia storia, che non è una storia tutta edificante. Vorrei far capire che la vita è un percorso fatto anche di sconfitte, non solo di vittorie, ma che è importante avere un sogno, credere in sé stessi e cercare di realizzarlo. La scuola può essere un trampolino di lancio. È importante affrontare le prove con la giusta dose di fiducia in sé stessi e cercar di valorizzare i propri talenti (e forse l’idea di poter segnalare il proprio “capolavoro” non è del tutto peregrina!), ma i risultati scolastici misurano solo alcune competenze e conoscenze. La vostra persona vale molto di più.
Tra tutte le prove credo che il colloquio richieda la maggior cura perché sarà certamente anche nel futuro, nell’era dell’AI, la cartina di tornasole che certifica le nostre/vostre autonome capacità personali e il vostro senso critico!
