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Август
2025

Monica Boggioni e gli stereotipi sulla disabilità: «La normalità è banale, la bellezza non ha solo una forma»

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PAVIA. Per essere disabile, sei femminile. Sei così bella, peccato. Ti ammiro perché nonostante tutto sorridi. Queste sono solo alcune delle frasi che la paratleta Monica Boggioni ha riportato in uno degli ultimi reel pubblicati su Instagram. Il post nasce da una sua idea, realizzata con le foto del progetto “Raccontami”, scattate da Emanuele Tetto. Lo scopo è quello di raccontare la persona a 360 gradi: sia come atleta, sia come donna.

«È stata un’occasione per ribadire dei valori importanti in cui credo. Le frasi che ho scritto sulle foto sono vere e fanno capire quanti stereotipi ci siano ancora sulla disabilità», spiega Boggioni.

Narrazione

Alcuni di questi riguardano la bellezza, la femminilità o persino la felicità. E si basano tutti sul preconcetto che una persona con disabilità automaticamente non possa essere né bella, né femminile. Figuriamoci felice. E quando questo accade, fa strano.

«Quello che vorrei far capire è che il fatto di essere in carrozzina non toglie nulla al mio essere donna. Sono convinta che vedere i para atleti affrontare le gare, o anche la vita stessa, possa essere uno stimolo per qualcuno. Ma sono anche contro questo tipo di narrazione eroica, quasi vittimistica. Io dico sempre che se potessi usare le gambe, non sarei più felice. Perché la mia felicità non dipende da quello», racconta Boggioni.

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Compassione

«La cosa che più mi disarma è l’ignoranza - rivela la para olimpica- perché il più delle volte non c’è cattiveria. Il problema dell’ignoranza è che nasce da una mancata occasione di educazione».

Senza di questa gli sguardi rimangono. Sia quelli curiosi, sia quelli di compatimento. E se la curiosità può essere in parte comprensibile, afferma Boggioni, la compassione no. Perché significa essere andati oltre, avere già incamerato dentro di sé un giudizio, che è quasi sempre negativo, sulla condizione altrui.

Diversità

Un’altra cosa scorretta- prosegue - è associare alla “normalità” un giudizio qualitativo, oltre che quantitativo. «Spesso viene considerato “normale” non solo chi rientra nella maggioranza ma anche chi rientra nel “giusto”. Chi cammina quindi va bene, chi non cammina no. A me piace quando mi dicono che sono diversa, perché la normalità è banale. Mi dà fastidio quando però questo viene associato non più all’essere peculiare, ma a un qualcosa di sbagliato».

Il messaggio è chiaro: essere trattati come tutti non significa cancellare la disabilità. Significa capire che quella è solo una parte di una persona. E che quella parte ha delle esigenze diverse. «A volte dire che siamo uguali può essere la forma più semplice di discriminazione se non c’è rispetto».

Rappresentazione

Se da un lato c’è ancora molto da fare, dall’altro la narrazione sta cambiando. Sui social, nelle pubblicità, in televisione. «Il 2024 è stato il primo anno in cui hanno trasmesso le para olimpiadi sulla Rai. Questo ha permesso alle persone, semplicemente cambiando canale, di vedere, e quindi capire un po’ di più, un mondo che prima non conoscevano», spiega.

Fino a qualche anno fa non era nemmeno pensabile poter trovare sugli scaffali dei negozi di giocattoli una Barbie in sedia a rotelle. Non certo una rivoluzione, ma almeno è un segnale.

«Se quella bambola ci fosse stata quando io ero una bambina, mi sarei sentita rappresentata. E sono sicura che questa cosa avrebbe giovato non solo a me, ma anche ai miei compagni di classe. Perché li avrebbe aiutati a familiarizzare con la diversità a partire da un gioco. La rappresentazione è il primo passo per la normalizzazione», specifica Boggioni.

Un ambito su cui invece bisognerebbe migliorare è quello della moda. Un mondo lento, ancora pensato e realizzato per le sole persone in piedi. «Me ne sono accorta perché io non ho sempre usato la carrozzina. Ho iniziato a farlo a vent’anni e allora ho capito quanto i vestiti non siano pensati per tutti. Quando sei seduta ci sono delle tute o delle giacche che risultano scomode, o che semplicemente vestono male. Bisognerebbe ripensare a taglie più adatte, o quanto meno mostrare come sta quel capo anche da seduti. Considerare le modelle in carrozzina, non solo per i progetti di nicchia. Questa è la reale inclusione. Immaginare che le bambine del futuro possano entrare in un negozio di vestiti e riconoscersi anche in un semplice manichino». —















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