Fontana e l’autonomia: «È il momento di aiutare chi sa andare più veloce»
MILANO. Presidente Attilio Fontana, le elezioni regionali sono a un passo. A parte Francesco Acquaroli, presidente uscente nelle Marche, le candidature del centrodestra ancora non ci sono. Il centrosinistra probabilmente è un po’ più avanti, non crede?
«Non certamente in Puglia dove si stanno buttando gli stracci addosso. Credo che la cosa dovrà definirsi a breve, che si sia raggiunto un accordo su quasi tutto. Ma sono convinto che si dovrebbero fare queste scelte prima. E lo dico anche relativamente alle prossime elezioni comunali. Io sono dell’opinione che certe scelte andrebbero fatte molto prima, per dare ai territori l’opportunità di conoscere i candidati, dare la possibilità di ascoltarli, di leggerli sui giornali, di capire i loro interventi. Io sono sempre stato favorevole a questa opportunità».
Insomma, una critica che fa a come i partiti gestiscono il gioco. Necessità di tornare al vecchio modo di fare politica, quando c’era più organizzazione?
«Io dico che c’era più chiarezza. Poi ci si stupisce se va a votare solo il 48% della gente. E’ chiaro che molte volte i cittadini votano per candidati che conoscono superficialmente. Io sono dell’opinione che ci dovrebbe essere una comunicazione anticipata, ma purtroppo le regole dell’attuale politica, sia a destra che a sinistra, non vanno in questa direzione».
In Veneto avete un problema non semplice, un vuoto importante. Lì ancora non c’è neppure la data delle elezioni. E Fratelli d’Italia rivendica uno spazio decisivo. Che ne pensa?
«Sono assolutamente convinto che nel caso del Veneto non si possa e non si debba prescindere da Zaia. Io ero favorevole al terzo mandato, perché sono convinto che le obiezioni che sono state mosse siano tutte assolutamente deboli. Perché quando si fanno delle contestazioni alla cosiddetta concentrazione di poteri ma tutto viene poi messo nelle mani dei cittadini con le elezioni mi sembra che allora quelle obiezioni siano più che risibili. Io credo che, sicuramente, in Veneto si debba fare una scelta che vada nella direzione di trovare il candidato migliore. Personalmente sono convinto che la Lega, per la sua storia, per quello che ha fatto e che sta facendo a livello amministrativo, abbia la possibilità di offrire dei candidati che sono assolutamente qualificati. Non si dovrebbero fare valutazioni all’insegna dello “spetta a me o spetta a te”, ma individuare il nome migliore che la gente apprezza. Anche se abbiamo la maggioranza assoluto a livello di elezioni politiche o europee non è detto che poi la gente, a livello locale, voti un candidato solo per il simbolo. Questo capita soprattutto nelle elezioni amministrative. Nella mia provincia (Varese, ndr) abbiamo il 60% a livello politico, poi magari perdiamo un Comune perché il candidato è sbagliato. La gente è più attenta di quello che la politica crede. Perciò io penso che si debbano scegliere sempre e solo le persone migliori della coalizione».
Insomma, sta dicendo che anche Fratelli d'Italia dovrebbe essere più cauta nel manifestare certe volontà?
«Io dico solo una cosa: cerchiamo di centrare l’obiettivo come coalizione ma preoccupiamoci anche di coinvolgere di più la gente. Cerchiamo di fare in modo che i cittadini tornino alle urne perché credono nelle persone per le quali votare».
E Zaia? Fa bene a presentare una sua lista?
«Io sono sempre stato dell'opinione che, proprio per il bene della coalizione, la lista Zaia sarebbe un grande valore aggiunto. Porta fieno e porterebbe una maggioranza qualificata che sarebbe in grado di governare bene come è stato fatto in questi anni, senza scossoni».
Lei mesi fa aveva criticato la decisione del Consiglio dei ministri di impugnare la legge della Campania che mirava ad aprire la strada al terzo mandato di De Luca e quindi anche a Zaia. E’ stato un passo falso quello del governo?
«Secondo me sì. E’ stato un errore sia impugnare la legge sia non intervenire con un provvedimento ad hoc. Come ho detto, quando tutto è comunque rimesso nelle mani dei cittadini, io non vedo nessun rischio per la democrazia relativo all'accentramento di poteri. Se io do possibilità alla gente di scegliere, se il candidato che si ripropone per la terza volta è considerato un cialtrone gli elettori non lo votano. Questa è la democrazia. E poi non si capisce perché parlamentari, ministri, anche il Presidente della Repubblica possano essere eletti per un numero superiore di volte e i presidenti delle Regioni no».
Nord e autonomia. Anche nel governo molti dicono che bisogna andare cauti, Lo stesso segretario di Forza Italia, Antonio Tajani, ha espresso questa posizione.
«Io penso che il problema del nord debba essere preso in considerazione. Io sono convinto che non possiamo non renderci conto del fatto che il mondo ha imboccato delle strade che sono incompatibili con l'attuale organizzazione statuale, burocratica e amministrativa del nostro Paese. Noi dobbiamo dare delle risposte che devono essere molto più concentrate, molto più rapide, molto più efficienti. Noi dobbiamo poter competere con le regioni più avanzate del mondo e per farlo abbiamo bisogno di una maggior capacità decisionale, abbiamo bisogno di meno burocrazia e abbiamo bisogno di poter dare sostegno, laddove necessario, ai nostri territori. Le scelte le possiamo fare solo noi, a livello territoriale. Io sono convinto che in questo momento storico si stia andando nella direzione esattamente contraria, verso un tentativo invece di centralizzazione. E credo che sia una delle scelte più sbagliate che possano essere realizzate in questo momento per il bene del Paese. Le Regioni hanno dimostrato sempre di essere più efficienti del potere centrale e meno condizionabili da un punto di vista politico».
Lei stesso, qualche tempo, fa nel dibattito interno che c'è anche nella Lega, è stato deciso e lapidario. Ha detto: parliamo del Nord. Lo ribadisce?
«Certo. Lo ribadisco perché la regione Lombardia riesce a essere competitiva a fatica e dovendo fare uno sforzo molto maggiore di quello che fanno le nostre le nostre “avversarie”. Però bisogna stare attenti, perché la regione Lombardia è anche quella che crea il maggior gettito fiscale, che contribuisce al buon funzionamento e al mantenimento del sistema Italia, e se si mette in difficoltà la Lombardia e magari anche il Veneto o altre regioni del nord è chiaro che si rischia di creare un danno che può essere pericoloso per il resto del Paese. Non si vuole capire che bisogna cercare di favorire chi va veloce, non cercare di rallentarlo per ridurre il divario rispetto a chi va più lento. Al pari bisogna aiutare chi va più piano ad andare più forte».
Credo che con la frase “parliamo del nord” lei si riferisse anche a una dialettica tutta interna a un partito che negli ultimi anni ha allargato i propri “orizzonti” arrivando comunque, con Salvini, ai suoi massimi.
«Nessuno contesta le scelte fatte da Salvini ma si deve continuare a fare ragionamenti su scelte territoriali che non possono essere dimenticate».
Può sembrare una battuta ma la Lega sembra essere diventata il partito del ponte sullo Stretto...
«Ho sempre detto che non entro nel merito. Sicuramente il ponte sullo stretto ha significati sia simbolici che concreti, quindi io non sono contrario, anzi la ritengo un'opera pubblica importante che può anche dare uno slancio ideale al Paese e al sud, però questo non deve togliere la possibilità di rilanciare le infrastrutture che non mancano solo al sud. Mancano sicuramente di più al sud che non al nord. Però, il nord per proseguire nella sua corsa ha bisogno anche di quelle opere che al momento sono deficitarie. Anche al nord ci sono treni che vanno su un’unica linea e lei capisce che in una regione sviluppata come la nostra il problema è ancora più grave».
Milano, come sappiamo, è stata scossa da un paio di mesi da un’inchiesta che ha al centro il sistema urbanistico e i grandi cantieri della città. Lei che idea si è fatto si quanto accaduto?
«È come dicevo prima. Sono convinto che Milano abbia, interpretando certe normative, cercato di accelerare i tempi che altrimenti non avrebbero consentito di realizzare quello che vediamo attorno a noi».
Lei il sindaco Sala siete stati a volte protagonisti anche di confronti accesi ma lei non ha comunque mancato di esprimere la propria solidarietà al sindaco indagato.
«Assolutamente per quello che sto dicendo, perché sono convinto che con questo si rischia di attaccare anche un modello di sviluppo che non è soltanto di Milano, ma di tutta la Lombardia. E perché credo che, da garantista quale sono, non si possano fare delle sentenze prima che si siano fatti processi. Ma, cosa ancora più vergognosa, è quella di leggere gli atti sui giornali. Credo sia indecoroso che siano pubblicati interi stralci di interrogatori prima che questi siano ancora depositati. Mi chiedo perché nessuno intervenga. Mi chiedo: come mai il garante della privacy non è mai intervenuto? Quando sono stato indagato io ci sono stati giornali che hanno pubblicato l’estratto conto di mia suocera. Che c’entrava lei? Ma dico di più: perché è stato messo il silenziatore sull’inchiesta che riguarda Laudati e Striano? Si parla tanto dell’inchiesta Equalize di Milano che, a confronto, è roba da bambini, e non si parla più dell’altra che dovrebbe indignare perché è un pezzo dello Stato che operava contro una parte politica».
Ma sul caso urbanistica di Milano, da avvocato, per lei come finirà?
«Come va a finire non lo so. Sicuramente è un’inchiesta che, giorno dopo giorno, dimostra di essere fondata su una ipotesi della magistratura ma mi sembra che non ci sia assolutamente niente. Io credo che chiunque di noi al telefono faccia battute che possano essere lette in varie chiavi. Può anche darsi che ci siano violazioni amministrative ma un altro conto è il procedimento penale. Peccato che questa indagine rischi di creare dei danni non di poco conto alla città. E comunque anche questo è un tentativo di annullare un modello di lavoro e sviluppo che ha fatto grande la nostra regione».
Presidente, chiudiamo con Pavia. La grande industria non esiste più. Cosa vede per il futuro di questa provincia?
«Vogliamo sostenere qualunque tipo di sviluppo, puntiamo sui chip, sull'innovazione, sulla ricerca, anche grazie al centro Cardano. Noi siamo convinti che la parte imprenditoriale di Pavia abbia dato un'importante risposta e abbia voglia di togliersi di dosso quel senso di depressione, di abbandono che c'è stato negli ultimi anni. Secondo me, la chiave mancante va ricercata però nel campo agricolo».
In che senso?
«Serve che la provincia, gli agricoltori, le associazioni di categoria smettano di litigare perché il vino dell’Oltrepo è dei vini di maggior qualità che si possa avere. Ma non si è fatta una ricerca sulla qualità. Si potrebbero avere vini molto migliori di altre parti d’Italia. Gli altri hanno investito e migliorato la vinificazione lì si è rimasti fermi, senza fare sinergie peraltro».
