Ti ricordi… Roberto Perfumo e il celebre “autogol paesano”: storia di un maresciallo della difesa con origini italiane
“Està bien pibe, no?”. Pare una carineria ma è una di quelle domande che non ammette repliche. A porla è “El Mariscal”, Roberto Perfumo, dopo aver tirato giù con le cattive, molto cattive, un giovinastro dell’Argentinos Junior che tentò di “gambetearlo” in una gara contro il River. Quel ragazzino era Diego Armando Maradona, che nonostante il calcio in petto di Perfumo non disse nulla. Per la verità Maradona di fronte ai tanti, durissimi falli subiti non ha mai protestato granché neppure quando diventò Maradona. All’epoca però lui era solo un “pibe”, Perfumo era già “El Mariscal”, il Maresciallo.
“Argentino di Cuneo”, fu definito in seguito, perché papà che pure si chiama Roberto è un macellaio che arrivava dal Piemonte, prima di stabilirsi a Sarandì, dove nel 1942, esattamente 83 anni fa, nacque Roberto. Carisma e grinta portano il ragazzino ben presto nelle giovanili del River Plate: brilla, tanto che il mister Duchini è pronto, nel 1960, a farlo debuttare in prima squadra coi milionarios. C’è un problema però, che Perfumo dimentica il documento proprio nella gara d’esordio: gli costa carissima. Il River, infatti, lo cede al Racing de Avellaneda. Poco male, El Mariscal non è uomo che si perde d’animo: da centrocampista si sposta in difesa, e col piglio autorevole e la leadership che lo contraddistingue diventa una colonna del Club. Nel 1966 vince il campionato, l’anno dopo la Copa Libertadores, e poi l’Intercontinentale nella tripla finale contro il Celtic di Glasgow.
Intanto Roberto si era già guadagnato la camiseta dell’Albiceleste: gioca nel mondiale del 1966 e poi in quello del 1974. Entrambe le spedizioni tuttavia non sono granché fortunate per la Seleccion: nel 1966 il girone viene superato agevolmente, ma ai quarti gli uomini di Lorenzo incontrano i padroni di casa dell’Inghilterra, che passano grazie al gol di Hurst. Nel 1974 invece la nazionale guidata da Cap capita nel girone dell’Italia, con Perfumo che è autore di un autogol nella gara contro gli azzurri. Celebre il commento di Giovanni Arpino in “Azzurro Tenebra”: “Autogoal paesano. È di Perfumo, argentino di Cuneo”, si era nuovamente chinata la Jena”. In quel mondiale si chiuse l’esperienza del “Mariscal” nell’Albiceleste.
Si era interrotta, invece, quella con il Racing, con il passaggio al Cruzeiro. Ma l’inizio è difficile, Perfumo è decisamente poco brasiliano e troppo “Mariscal”: non fuma, non beve e anzi, teorizza l’importanza della disciplina e della dieta per i calciatori. Ben presto però diventa leader della squadra e idolo della tifoseria, grazie anche alle vittorie: in tre anni vince tre campionati Mineiro. Poi finalmente, a trentuno anni, arriva quel ritorno a casa che solo un documento dimenticato gli aveva negato: torna al River all’epoca guidato da Labruna, vincendo due campionati Metropolitano e un campionato Nazionale per poi ritirarsi nel 1978 all’età di 35 anni.
Prima di dedicarsi alla carriera di allenatore, però, studia: si laurea in Psicologia sociale, per comprendere le dinamiche dei gruppi, riconoscere le pressioni, guardare all’aspetto mentale del calcio. In panchina ci va nel 1981 al Sarmiento, poi passa al suo Racing e dopo al Gimnasia ottenendo il suo primo e unico trofeo da allenatore: la Copa del Centenario Afa. Dalla panchina passa alla tribuna stampa: diventa giornalista, si fa anche molto apprezzare nel ruolo, lavorando per la Radio Nacional Argentina e Espn, definendosi sempre “Un futbolista que hace el periodista”.
È morto nel 2016, mentre era a cena con altri giornalisti, in seguito a una caduta forse provocata da un malore. Difensore implacabile, psicologo attento, giornalista lucido: Roberto Perfumo è stato tutto questo. Ma soprattutto è stato “El Mariscal”. Così resterà per sempre.
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