La sfida delle “Giovani madri” in cerca di un futuro per i figli
Un racconto che ci ricorda che la fragilità non è un fallimento, e che ogni persona – anche la più giovane, anche la più ferita – merita di essere accompagnata, sostenuta, ascoltata. Di questo parla “Giovani madri”, la nuova opera di Jean-Pierre e Luc Dardenne che da venerdì 21 novembre sarà programmato al Cinema Politeama di Pavia.
Da oltre trent’anni propensi a indagare gli angoli più fragili della società, questa volta lo sguardo dei due fratelli cineasti si posa sulle giovanissime madri ospitate in una struttura di accoglienza del Belgio, portando sul grande schermo una storia che parla di responsabilità, identità e seconde possibilità.
La pellicola – premiata per la Migliore Sceneggiatura al Festival di Cannes 2025 – ci porta in una “casa materna”, una comunità d’accoglienza per ragazze madri a Liegi. Qui vivono cinque adolescenti, tutte tra i 14 e i 17 anni, insieme ai loro bambini o alle loro gravidanze. Sono donne che hanno conosciuto la violenza domestica, l’abbandono, o condizioni socioeconomiche disperate. Jessica (interpretata da Babette Verbeek), una delle figure centrali, porta con sé una ferita aperta: la madre l’ha abbandonata anni prima, e ora, mentre aspetta il suo stesso bambino, si trova ad affrontare la paura di non essere all’altezza. Il suo percorso, fatto di ricerca di affetto e bisogno di riconciliazione, attraversa l’intero film. Perla (Lucie Laruelle), è un’altra giovane madre già alle prese con un neonato. Il padre del bambino, appena uscito di prigione, torna a cercarla, trascinandola in un conflitto tra desiderio di famiglia e necessità di protezione. C’è poi Ariane (Janaïna Halloy Fokan), forse la figura più intensa: incinta a soli 15 anni, riflette con tormento sulla possibilità di dare la figlia, che ha già deciso di chiamare Lili, in adozione. Attraverso le loro storie i Dardenne affrontano la maternità precoce trattando il tema della trasmissione generazionale della fragilità.
Le giovani protagoniste sembrano infatti trovarsi a metà strada tra ripetere gli errori dei loro genitori e interrompere il ciclo con un gesto di coraggio. Il film indaga inoltre la maternità non come istinto naturale, ma come costruzione quotidiana, fatta di condizioni materiali, sostegno emotivo e possibilità reali. E nel microcosmo della comunità, i Dardenne rivelano una grande verità sociale: la maternità giovane non è mai un fatto solo individuale. Coinvolge tutti: famiglie, istituzioni, servizi pubblici, organizzazioni di volontariato. E anche noi che guardiamo.giacomo aricò
