Gino Cecchettin agli studenti di Vigevano: «La rabbia non va alimentata»
VIGEVANO. «Quanto meglio sarebbe avere qualcuno che ti dice "Guarda che questa emozione, la rabbia, ti arriva perché ti mette in guardia, perché stai vivendo un pericolo, perché è successo qualcosa nella tua vita reale e quell'emozione lì ti fa sapere qualcosa. Servono tutte le emozioni. Ma alcune bisogna alimentarle, altre no». Gino Cecchettin, papà di Giulia, uccisa a 22 anni dall’ex fidanzato Filippo Turetta, ha incontrato 600 studenti e studentesse questa mattina al teatro Cagnoni di Vigevano alla fine di “Amore è libertà”, un percorso durato mesi, in cui le 33 classi hanno letto il libro "Cara Giulia. Quello che ho imparato da mia figlia", dello stesso Cecchettin, guidati dalle educatrici del Centro antiviolenza Kore, da una psicologa e da una assistente sociale di Asst Pavia.
Ad ascoltarlo c’erano studenti e studentesse dell’istituto Casale, del liceo Cairoli, dell’istituto Caramuel – Roncalli, e degli istituti paritari San Giuseppe e Leonardo Da Vinci. A loro ha raccontato della rabbia iniziale: «Quando pensavo a Filippo nei primi momenti – ha raccontato Cecchettin – credetemi, era difficile pensare che se l'avessi avuto davanti sarei stato magnanimo nei suoi confronti. Penso sia umano: quantomeno gli chiedi spiegazioni, quantomeno gli dai uno scossone: ma che cosa hai fatto, no? Però: ti puoi mettere al suo livello? Molti mi hanno detto "Beh, se fosse successo a me io l'avrei ammazzato”. Quindi, quelle emozioni lì ti prendono, ti fanno del male. La rabbia è un male che ci auto procuriamo per le gesta di qualcun altro, pensateci bene. Quando vi siete arrabbiati l'ultima volta, probabilmente avete avete subito un torto. E a fronte di quel torto vi siete arrabbiati. Però il torto non l'avete fatto voi, ve l'ha fatto qualcun altro. Addirittura ci sono i bulli, no? Che producono violenza verbale per farvi stare male. È parte della violenza che che inducono. E quindi, il fatto di reagire in modo contrapposto a quello che ci verrebbe normale, è inaspettato, è dirompente, è forte. Mi fanno un torto? Reagisco col sorriso. Ci vuole forza, eh, ci vuole molta più forza a fare questo che non a fare quello che fa il bullo».
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«All’inizio ho provato molta rabbia e collera nei confronti di Filippo – ha detto Cecchettin – ma poi mi sono reso conto che il passato non si può cambiare, che non avrei più potuto riabbracciare Giulia. Ho dato una forma nuova a quella rabbia. Un giorno mi sono messo a guardare una foto di Giulia che avevo in tasca e vedendola ho sorriso. Giulia era felicità. L’amore per Giulia, per Elena e Davide deve essere il sentimento, la forza per andare avanti»
Con la forza e la pazienza che lo contraddistingue, con quell’atteggiamento suo e di Elena, la sorella di Giulia, che da subito ha spiazzato quell’Italia che spesso parla solo di vendetta o di perdono cristiano e raramente di come ogni femminicidio non sia un singolo caso isolato ma dentro un fenomeno da combattere in maniera sistematica, a partire dalla nostra cultura, ha deciso di parlare di rabbia, agli studenti, in un Cagnoni come sospeso. La sua lezione? La non violenza. «L'arma per combattere la violenza, – ha ribadito – è la cultura, cercare di conoscere le cose, andare alla radice di tutto. E poi il dialogo: cercare il dialogo, anche profondo, perché di fronte a dei torti subiti, di fronte all'invidia, la giusta domanda mette nella condizione di lasciare interdetto chiunque».
«E se è amore tossico, come lo riconosciamo?» hanno chiesto alcuni studenti. «Non esiste amore tossico, è la relazione ad esserlo – ha risposto il papà di Giulia –. Amore è quando c’è bidirezionalità delle emozioni. L’amore ti tiene legato all’altro, dà desiderio, non chiede nulla in cambio».
Cecchettin ha parlato della moglie morta dopo una malattia. Del dolore. Dell’amore. Ha parlato molto di emozioni, quelle emozioni che per molti, ancora oggi, gli uomini dovrebbero nascondere. Non provare. Perché “da femminuccia”. Quell’istintivo “non piangere” che i nonni dicono ai bambini e che, invece, andrebbe contrastato. Perché le emozioni fanno parte di noi, perché sotterrarle, non fa bene. Perchè bisogna anche saperle nominare, riconoscerle. «Non mi vergogno di dire che sono commosso, dirlo ti rende te stesso, ti rende autentico – ha detto –. Cerchiamo sempre di adeguarci agli altri e alla società, ma ammettere le proprie debolezze, così come i propri talenti, è segno di forza vera». Ed è così che torna al centro del discorso, ancora una volta l’educazione affettiva, in Italia ancora tabù e su cui il Governo con la revisione delle Indicazioni vuole introdurre limiti tematici: «Tutti gli esseri umani hanno emozioni che esprimono un carattere che va al di là della parte fisica – spiega Cecchettin – Quando abbiamo un male fisico andiamo dal medico specialista, ma quando abbiamo male “dentro” di noi, spesso e volentieri non andiamo dallo psicologo, si preferisce tenere tutto dentro. Invece iniziare un percorso di formazione su se stessi è fondamentale per poterci conoscere e per capire la quotidianità emotiva».
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Meno di due settimane fa, a due anni dall’omicidio della figlia, Cecchettin era intervenuto in commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio per parlare della necessità di fare educazione e prevenzione nelle scuole: «Una scuola che non parla di affettività, di rispetto, di parità è una scuola che lascia soli i ragazzi di fronte a un mondo che grida messaggi distorti - ha dichiarato -. So bene che ci sono paure, resistenze e incomprensioni ma vi assicuro che l'educazione affettiva non è un pericolo, è una protezione. Non toglie nulla a nessuno, ma aggiunge qualcosa a tutti, consapevolezza, rispetto e umanità». «Quando la scuola tace – ha proseguito in Commissione _ parlano i social, parlano i modelli tossici, parlano i silenzi degli adulti. Noi abbiamo il dovere di dare ai giovani strumenti per orientarsi non solo nozioni per studiare. Credo che l'educazione sia l'unica risposta sistematica possibile. Non possiamo delegare ai tribunali ciò che spetta alla scuola, alla famiglia, alle istituzioni culturali e lì nelle aule nei luoghi di formazione che possiamo insegnare ai nostri ragazzi a riconoscere la violenza prima che si trasformi in gesto, prima che diventi tragedia».
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Poi ha spiegato: «Il mio impegno e quello della fondazione nasce dal desiderio di evitare che altri genitori debbano vivere ciò che ho vissuto io, ma anche nella speranza che un giorno non servano più le fondazioni intitolate a ragazze uccise perché avremmo imparato a riconoscere il valore sacro della libertà di ciascuno, il valore sacro della vita. Non possiamo cambiare ciò che è stato, ma possiamo cambiare ciò che sarà - ha concluso - Per Giulia e per tutte le Giulia che verranno, vi chiedo di fare una scelta coraggiosa, di credere nell'educazione come prima forma di giustizia, come la vera forma di prevenzione».
