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Декабрь
2025

L’amore per la storia di Oliviero Cima dall’archeologia al libro su San Colombano

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SAN COLOMBANO BELMONTE. Oliviero Cima, classe 1962, è un personaggio poliedrico, dai tanti interessi e dalla forte empatia. Dove lo si può incontrare? Al Museo archeologico di Cuorgnè, uno scrigno di tesori che ripercorrono la storia del Canavese. Chiacchierando con lui traspare la grande passione che lo anima nei suoi tanti impegni e il desiderio costante di informarsi, discutere, confrontarsi con gli altri con gentilezza e pacatezza. Lo si trova nella sua casa di campagna di San Colombano con la moglie Paola e il figlio Mattia oppure nel suo ufficio al Cesma di Cuorgnè (cooperativa di formazione nel campo del restauro, del turismo, dell’ambiente e della gestione del Museo, Ci racconta la sua esperienza di lavoro e di vita?

«In realtà non sono un archeologo con tanto di laurea, all’archeologia ci sono arrivato con il lavoro sul campo, come accadeva spesso qualche decennio fa. Negli anni ’70 a Cuorgnè era nato il gruppo che avrebbe dato vita al Corsac, il Centro ricerche e studi Alto Canavese, con Lino Fogliasso, Mario Peradotto, Mario Corino, i fratelli Bertotti e mio fratello Marco. La scoperta di depositi archeologici all’interno della Boira Fusca (situata nella borgata di Salto di Cuorgnè, è la prima grotta in Alto Canavese a rivelare la presenza di resti preistorici, dal paleolitico inferiore all'età del bronzo, ndr) stava diventando di dominio pubblico e aveva attirato l’attenzione del professor Fedele, allora titolare della cattedra di Antropologia all’Università di Torino, un vero luminare e tra i primi ad aver introdotto in Italia lo scavo stratigrafico sul modello inglese. Erano gli anni 1976-77. Io ero un ragazzino di quindici anni che partecipava a queste prime campagne di scavo con mio fratello, quasi per gioco».

Come è proseguito il suo percorso?

«Di lì a qualche anno mi sono iscritto all’università a Scienze naturali, ma per vari motivi, anche familiari, non sono arrivato alla laurea. Nel frattempo avevo iniziato a fare concorsi pubblici, a Canischio per un posto da operaio, a Collegno per lavorare all’anagrafe e poi da applicato schedatore presso il Sistema bibliotecario del Canavese. A Ivrea quelli che mi precedevano rinunciarono ed io accettai il posto, che mantenni poi per alcuni anni».

Poi è arrivata l’archeologia?

«A metà degli anni ’80 venne approvata la Legge Galasso sull’ambiente, che prevedeva per l’approvazione dei vari progetti anche un parere dalla Sovrintendenza ai beni archeologici, portando alla nascita di ditte che fornivano personale specializzato per i cantieri. Così nacque Arkaia, fondata da mio fratello e dall’ingegner Corino. Terminato il servizio militare, all’inizio del 1988, mi proposero di farne parte e accettai. Lasciai la biblioteca e fui assunto come tecnico tutto-fare: una specie di geometra che si occupava di contabilità di cantiere, di coordinamento logistico e, all’occorrenza, anche come operaio sul campo. Arkaia divenne una realtà importante ed io, come molti altri, usufruii della possibilità di fare grandi esperienze al fianco di bravi archeologi che mi hanno insegnato molto, finendo anche per avere ruoli importanti in scavi e cantieri».

Ci racconta qualche aneddoto interessante di quel periodo?

«Sono molti i cantieri che ricordo con emozione, dalla necropoli rustica romana di Cerrione nel biellese alle tombe di Collegno, poi ci sono gli scavi a Torino: piazza Castello e San Carlo prima delle Olimpiadi del 2006, quando trovammo i resti di una grande villa rustica romana. L’ultimo grande scavo a cui ho partecipato è quello di piazza Arbarello nel 2018. Furono anni di grande impegno e di grandi soddisfazioni. Oggi il mio impegno in questo campo è decisamente marginale».

Come si è evoluto il suo lavoro, arrivando ad occuparsi anche di restauro?

«Le ditte con molto personale come Arkaia faticarono a restare in piedi, lasciando il posto a società più piccole o individuali, con minori costi di gestione. Influirono anche le scelte ministeriali di quegli anni. Alla fine degli anni ’90 venne data la possibilità alle società che operavano nel campo dei beni tutelati di conferire in un’unica categoria: le ditte che si occupavano di archeologia e restauro poterono partecipare così alle medesime gare d’appalto. Fu così che Arkaia cominciò ad occuparsi anche di restauro, dotandosi di una piccola ditta edile con cui effettuò interventi in cantieri canavesani, come quelli all’interno della Torre Ferranda di Pont Canavese e alla Rocca di Re Arduino a Sparone. La storia di Arkaia finì nel 2017 e io passai alla società Ecoplant, che si occupa di Ingegneria ambientale, di cui sono tuttora dipendente. Le mansioni? Misurazioni, rilievi o campionamenti di suolo. Nel frattempo ho continuato a studiare e a fare esperienze, tenendo anche lezioni nei corsi di restauro del Cesma, in particolare sulla logistica di cantiere e le basi dell’intervento edile di restauro».

Parliamo di Cesma e del suo lavoro didattico: di cosa si occupa?

«Io lavoro alla manutenzione degli allestimenti del museo, curo la preparazione e il montaggio delle mostre temporanee e nell’ambito dei corsi di restauro Cesma tengo lezioni sulla tecnologia dei materiali antichi. Quando serve mi presto anche ad accompagnare le scolaresche alla scoperta delle nostre sale di esposizione. Una riflessione personale in merito a questo luogo ricco di storia del territorio: mi spiace molto constatare, a distanza di molti anni dalla sua fondazione, che il Museo archeologico di Cuorgnè è purtroppo poco conosciuto sul territorio o addirittura nel paese. In ogni caso, la prossima estate andrò in pensione e vedrò come organizzare la mia nuova vita».

Tra le tante esperienze anche la scrittura di un libro: come è nata l’idea di affidare pensieri e parole alla carta? Cosa ha significato per lei?

«Il libro, formato da 35 racconti, come progetto esisteva da tanti anni, chiuso in un cassetto. È stato fondamentale l’aiuto del mio amico Marco Subbrizio, mi ha dato lo stimolo per scrivere, l’unico modo per salvare le emozioni che mi hanno dato i personaggi che quelle storie mi hanno raccontato. Ho voluto parlare di gente di cui non ci si accorge mai, raccontare delle vicende di paese attraverso gli occhi degli ultimi. Sono profondamente legato a San Colombano, dove sono nato, un paese rimasto per molti aspetti sempre uguale a se stesso anche se diverso nelle dinamiche sociali. Nelle comunità come la nostra negli anni ’60 e ’70 esisteva ancora una vera inclusione: anche i personaggi più difficili o più stravaganti trovavano comunque un loro ruolo, non venivano lasciati indietro. Oggi invece viviamo una “vita di sfuggita”, spesso non sappiamo niente dei nostri vicini e non li vediamo mai».

Quali sono le emozioni che il suo libro è in grado di trasmettere?

«Sono storie comuni, ambientate nei paesi della Val Gallenca, “un piccolo mondo antico” che stava per vivere il passaggio dal mondo agro-pastorale a quello industriale e tecnologico, dalla campagna alla fabbrica. Ripercorrono un arco di tempo di 80 anni, a partire dall’inizio del secolo scorso, e raccontano la fatica, il lavoro, la speranza, a volte l’ingenuità e il sogno di riscatto. Ho voluto fissare quelle emozioni, le gesta di chi ha sempre faticato per campare, contando spesso solo su se stessi. È una sorta di epica contadina, fatta di storie vere. Per me è stato un percorso che mi ha confermato che nelle nostre vite indaffarate di sicuro ci siamo persi qualcosa in termini di collettività, partecipazione e umanità. Il passaggio epocale ad un altro tipo di quotidianità è il campo in cui si giocano le avventure di questo libro, rivelando i sogni, i desideri, le paure, le fragilità di intere categorie di persone che le hanno vissute a volte con scontri frontali e delusioni travolgenti».

Il libro si intitola “Due soldi di benessere”: qual è il significato del titolo e quale racconto preferisce?

«Il titolo cita uno dei racconti, che ben rappresenta il desiderio collettivo dei personaggi. Prediligo quello più personale, il primo, che ha per protagonista Palmira, una vecchietta che andavo a trovare da bambino che mi ha insegnato ad ascoltare, a percepire l’essenza delle cose, ad avere attenzione anche per le cose che appaiono marginali, ma che sanno regalarci momenti di vera poesia. A lei ho affidato il compito di fare da coro greco, di esporre l’opinione comune su molti dei personaggi. È l’emblema delle storie, delle vite e delle avventure che ho voluto raccontare nel libro, profondamente legata al mio territorio e al mio percorso personale».Silvana Costa Masser















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