Iran, l’inflazione galoppa: studenti e commercianti in strada contro il regime degli ayatollah. E il Mossad li incita”
“Scendete insieme nelle strade. È giunto il momento. Siamo con voi”. Il messaggio agli studenti iraniani e a quei cittadini che da tre giorni protestano contro il regime degli ayatollah arriva direttamente dal Mossad. Il servizio di sicurezza israeliano ha utilizzato il suo profilo su X per inviare il sostegno ai dissidenti, rassicurandoli sul fatto che la solidarietà non è solo sul piano metaforico: “Non solo da lontano o a parole. Siamo anche con voi sul campo”, scrive il Mossad. Non è un caso che gli agenti israeliani utilizzino i social: sono lo strumento che gli stessi iraniani, stufi della crisi economica e delle misure restrittive imposte dai capi religiosi sciiti, utilizzano per “bucare” la censura.
Iniziate a Teheran domenica scorsa, da martedì le proteste si sono diffuse nel Paese: cortei e scontri sono stati registrati a Karaj, sull’isola di Qeshm, a Isfahan, Kermanshah, Shiraz, Yazd, Kerman. In special modo sono le università e i quartieri commerciali a ospitare i raduni pubblici e i cortei contro il carovita e la crisi economica. Agli studenti si affiancano i commercianti. Quelli che hanno le loro attività nel Gran Bazar hanno indetto uno sciopero dopo il crollo del rial rispetto al dollaro statunitense. Secondo quanto riportato da attivisti per i diritti umani, nonostante il presidente Pezeshkian abbia dichiarato di essere disponibile ad ascoltare le “richieste legittime” dei manifestanti, ci sono stati almeno undici arresti nella zona di piazza Shoush, a Teheran. Altri cinque studenti sono stati ammanettati nelle varie facoltà della Capitale, quattro di loro sono stati poi rilasciati.
Il media Iran International riporta che uno studente dell’Università Amirkabir è rimasto gravemente ferito durante una incursione nel campus da parte dei membri della milizia Basij del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica.
Il governo si muove su un doppio binario: dopo il presidente Pezeshkian, anche la portavoce Fatemeh Mohajerani ha riconosciuto come reale il malcontento di diverse fasce sociali rispetto a una “intensa pressione economica”. Il governo ha affidato la guida della Banca centrale della Repubblica islamica ad Abdolnasser Hemmati, ex ministro dell’Economia, che subentra a Mohammad Reza Farzin.
Accanto a quelli che sembrano prove di dialogo, il regime sciita poi mostra il suo volto repressivo: a Teheran, Mashhad e Kermanshah sono stati segnalati dai residenti posti di blocco e la presenza di agenti sia in uniforme che in borghese. Ad Hamadan, alcuni video diffusi sui social hanno mostrato le forze di sicurezza aprire il fuoco sui manifestanti. Nella Capitale e Malard la polizia ha sparato gas lacrimogeni per disperdere i cortei.
Il procuratore generale della Repubblica islamica, Mohammad Movahedi-Azad, che ha individuato le ragioni della crisi economica non nel malgoverno, ma nelle sanzioni imposte da Stati Uniti e Onu a causa delle ricerche di Teheran sul nucleare e sull’industria bellica, ha sollecitato una “risposta incisiva” da parte delle forze di sicurezza. Secondo il magistrato, “proteste pacifiche in difesa dei mezzi di sussistenza fanno parte di una realtà sociale comprensibile. Qualsiasi tentativo di trasformare le proteste economiche in uno strumento di insicurezza, distruzione di proprietà pubbliche o attuazione di scenari definiti all’estero incontrerà inevitabilmente una risposta legittima, proporzionata e incisiva”. Mohammad Movahedi-Azad avvisa: “Ogni tentativo di attuare gli scenari progettati dall’esterno riceverà inevitabilmente una risposta con misure legali, proporzionate e severe”. Ma l’inflazione a dicembre ha raggiunto il 45%, molti generi alimentari hanno visto aumentare i prezzi sino al 70% e nelle strade i manifestanti urlano “Morte alla repubblica islamica”.
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