L’agricoltore fa il giro dei caseifici per piazzare il latte di 340 mucche: «Rischia di essere buttato»
ZERBOLÒ. Dal 1 gennaio il principale cliente non acquisterà più il latte delle sue mucche: lo aveva già annunciato a ottobre, spiegando che avrebbe disdetto il contratto per "esubero". E dal 1 gennaio, quindi, il latte di 340 mucche, 27 quintali al giorno, rischia di essere buttato via.
È un capodanno amaro per Renato Fiocchi, agricoltore di Zerbolò alla Cascina Chiarello che è stato anche sindaco del paese tra il 2009 e il 2014. L’agricoltore ha ingaggiato una vera e propria corsa contro il tempo per trovare un altro acquirente. Il contesto è quello di una crisi del mercato che da mesi sta creando un vero e proprio terremoto tra i produttori, con i prezzi del latte che calano (a novembre il costo è crollato da 70 a 40 centesimi) per effetto di una sovraproduzione in tutta Europa.
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Dopo gli ultimi anni in cui la siccità ha causato un aumento delle difficoltà per le aziende del settore ovi-caprino, a tenere banco in queste settimane è il possibile nuovo ribasso dei prezzi di acquisto del latte da parte delle industrie di trasformazione.
«Mi sono mosso da mesi per trovare un altro acquirente, da quando a ottobre Galbani, il nostro principale cliente, ha anticipato che avrebbe disdetto il contratto al 31 dicembre, ma non sono riuscito a trovare nessuna alternativa _ spiega Fiocchi _. Anche i piccoli caseifici hanno dietro cooperative che prendono il latte in grandi quantità, altrove». Ma da dove? «Il latte arriva da Germania, Francia e Polonia», dice l'agricoltore, che nella mattina del 31 dicembre ha fatto il giro dei caseifici per trovare qualcuno disposto a ritirare il latte delle sue mucche. «Ho trovato un trasportatore che lo prenderebbe per portarlo a Cuneo, ma al prezzo di 7 centesimi al litro: è come regalarlo».
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La crisi sta toccando altri allevatori del territorio, ma come si è arrivati questo punto? Per Fiocchi ci sono «responsabilità politiche: negli anni con il piano dello sviluppo rurale sono stati incentivati gli allevamenti, ma in un settore già in crisi non era il caso di incrementare la produzione del latte distribuendo soldi, ora servirebbero correttivi _ aggiunge _. Non parliamo dell'inganno del Made in Italy: non può essere rispettata la denominazione se il 44% del latte viene importato».
