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Sci di fondo, il Tour de Ski ha compiuto 20 anni ed è invecchiato male. Esperimento fallito, ha senso tenerlo in vita?

Il Tour de Ski 2025-26 è andato in archivio con le affermazioni di Johannes Høsflot Klæbo e Jessica Diggins. Hanno trionfato i favoriti, senza troppo pathos, perché si è arrivati al Cermis con il norvegese e la statunitense di fatto già sicuri di primeggiare, alla luce del margine acquisito.

Lo scandinavo, peraltro, è diventato il primo atleta a vincere per 5 volte l’appuntamento, giunto alla sua ventesima edizione. Dopo due decenni, e dopo quanto visto negli ultimi giorni, è doveroso lanciare alcuni temi e tracciare un crudo, ma onesto, bilancio di massima.

Il Tour de Ski 2025-26 si è disputato completamente in Italia. Solo Dobbiaco e la Val di Fiemme si interessano (ancora) all’evento. In passato si gareggiava anche in Germania, Svizzera e Repubblica Ceca. C’erano tappe cittadine (Monaco di Baviera e Praga) che conferivano una atmosfera “speciale”, persa con il passare degli anni.

Il fatto che le “nazioni costituenti” si siano quasi tutte tirate indietro e che non si sia mai riusciti a espandere il Tour de Ski in altri Paesi limitrofi (Francia e Austria su tutti), non dovrebbe invitare a riflettere?

I format, poi, lasciano a dir poco perplessi. Il Tour de Ski ormai genera distacchi soltanto grazie alle Sprint. Due su sei tappe, come accaduto quest’anno, hanno un peso specifico pari a quello dell’osmio. Esagerato, soprattutto se assegnano un minuto d’abbuono al vincitore.

Come se non bastasse, in questi giorni abbiamo visto una nuova tipologia di gara, la Heat Mass Start. Un’oscenità concettuale, con gli atleti a partire a gruppi di 20 e la classifica finale a premiare la batteria più veloce, ossia quella di chi – peraltro al lordo delle condizioni della pista, che non sono mai eque – decide di tirare di più. Come se ai Giochi olimpici, la medaglia d’oro dei 100 metri venisse assegnata sulla base dei risultati delle batterie, premiando il vincitore di quella più rapida. Può aver senso una gara del genere?

A latere, andrebbe sottolineata la decisione di ridurre la comprensione del Cermis. Un tempo la Final Climb era un inseguimento, dunque chi tagliava per primo il traguardo, era automaticamente il vincitore del Tour. Si è scelto di tramutarla in una mass start, polverizzando fruizione e godibilità di quello che dovrebbe essere il fiore all’occhiello della manifestazione.

Infine, non dovrebbe far pensare il fatto che qualsiasi clone, fosse esso di matrice scandinava o nordamericana abbia avuto vita breve? Lo Ski Tour Canada (2016) e lo Ski Tour di Norvegia e Svezia (2020) sono durati lo spazio di un acquazzone primaverile. Visti, non piaciuti, archiviati. Non dovrebbe altresì indurre a un ragionamento la dinamica che ha visto sparire qualsiasi evento multi stage, dall’Opening alle Finali, sorto nel corso del tempo?

Il Tour de Ski ha compiuto 20 anni, è invecchiato male. Si era deciso di dare una svolta allo sci di fondo e la novità, inizialmente, aveva un senso. O meglio, poteva averlo, se si voleva battere un sentiero inesplorato. Iniziativa lodevole. Cionondimeno, alla luce della deriva presa, non sarebbe il caso di avere l’onestà intellettuale di ammettere che si è trattato di un esperimento fallito e il sentiero di cui sopra non ha portato da nessuna parte?

Il Tour de Ski nacque dopo i Giochi olimpici di Torino 2006. A breve, la manifestazione a Cinque cerchi sarà di nuovo in Italia, dopodiché comincerà un nuovo ciclo. Forse si tratta l’occasione propizia per porre fine a un evento che ha completamente perso qualsiasi attrattiva sul pubblico, vedendo venir meno la ragione stessa per la quale era stato creato.















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