Lacrime e rabbia per i caduti della repressione in Iran: «Khamenei come Hitler»
Pavia. Un minuto di silenzio e lacrime per i caduti sotto il regime degli ayatollah. Poi la rabbia per la repressione che, in Iran, ha massacrato migliaia di persone che nei giorni scorsi sono scese in piazza contro la teocrazia di Ali Khamenei, e le terribili condizioni economiche del Paese. «La sua dittatura è come quella di Hitler, ciò che stiamo vivendo noi l’avete vissuto voi in Italia con Mussolini 80 anni fa» dice una manifestante, parlando al microfono. È una delle appartenenti alla comunità iraniana che, ieri pomeriggio, ha affollato il cortile dei Caduti dell’ateneo, dove sono iscritti – si stima – circa 400 universitari di origine iraniana. Il regime che governa il Paese ha represso le recenti proteste con una brutalità senza precedenti: è contro gli ayatollah che studenti e lavoratori iraniani si sono riuniti.
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«Morte a Khamenei»
All’ombra del porticato che cinge il cortile, tanti manifestanti si coprono il volto con sciarpe o mascherine, lasciando intravedere gli occhi intrisi di lacrime. Un modo per non farsi riconoscere, perché anche a distanza il regime è capace di instillare la paranoia della repressione per il solo fatto di essere oppositori. Nessuno però ha voglia di tacere: durante il presidio, un gruppo di partecipanti stende la bandiera dell’Iran e, mostrando la foto di Khamenei a testa in giù, danno fuoco all’effige sussurrando di rabbia: «Morte agli ayatollah». Altri raccontano dell’apprensione per i loro cari in patria: «In Iran ho i miei genitori e mia sorella» confida una 25enne, studentessa di Scienze politiche. «Riusciamo a sentirci con chiamate da pochi secondi, una volta ogni 4 o 5 giorni. Internet è bloccato, le telefonate costano troppo e la mia famiglia è povera per via della situazione economica che c’è adesso. Io gli chiedo solo se stanno bene, e che spero di risentirli presto». Battendo i piedi per terra, i manifestanti hanno inneggiato alla libertà dell’Iran urlando «No alla repubblica islamica, via i mullah».
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Le anime della diaspora
Ma dal presidio emergono anche le differenze che animano la comunità iraniana di Pavia, con alcuni manifestanti che hanno intonato cori a favore del principe Reza Pahlavi, il figlio dello scià (il sovrano di Persia prima degli ayatollah) oggi in esilio. «È l’unico leader che può guidare l’opposizione, molti di noi credono che non ci siano altre opzioni» racconta uno dei partecipanti al presidio. Altri, invece, chiedono soltanto che il mondo non distolga lo sguardo dagli eccidi commessi negli ultimi giorni dal regime. «Nella diaspora iraniana ci sono divisioni – aggiunge una manifestante – ma sono dettagli, oggi il nostro obiettivo è lottare per liberare l’Iran così da renderlo un Paese laico, democratico e pluralista. Il suo leader non sarà deciso né da Israele né dagli Stati Uniti, ma dalla mano nuda del popolo iraniano».
