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Carnevale Ivrea: «Una manifestazione complessa e fragile che insieme dobbiamo salvaguardare»

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IVREA. Alberto Alma, presidente della Fondazione dello storico carnevale di Ivrea, mediamente è uno che sta zitto perché preferisce lavorare senza clamore e, soprattutto, lasciar parlare i fatti e dare spazio ai collaboratori. In questi ultimi due anni, ha lavorato per dare a Fondazione un’impostazione sempre più professionale e, soprattutto, facendo crescere la consapevolezza su una festa che ha assunto dimensioni internazionali e sui loro valori. Nell’entrare nel vivo dell’edizione 2026, però, Alma vuole condividere una sua riflessione su un Carnevale che, negli ultimi anni, è cresciuto a dismisura. «Questa manifestazione è un sistema complesso – dice – molto complesso. Ed è proprio questa complessità che la rende fragile». Attenzione, però, non c’è alcun pessimismo, né tanto meno catastrofismo. Alma questa festa la conosce benissimo per averla vissuta in un sacco di ruoli (arancere dei Diavoli, Toniotto, Generale nel 2010, presidente della Fondazione già nel 2013. «È la natura stessa di questo evento che la rende così– aggiunge – ed è la sua bellezza, ciò che lo rende unico nel mondo». Resilienza è una parola forse abusata, ma sul Carnevale e il suo sviluppo si adatta benissimo: «È bello e ci piace ricordare il passato e i mutamenti di questa manifestazione storica che non ha eguali, ma il mio ruolo e quello della Fondazione tutta è quello di garantire il presente e, soprattutto, il futuro. Su questo credo valga la pena essere chiari: dobbiamo fare un Carnevale nel presente coltivando il legame con il passato, ma il nostro dovere è proiettarlo verso un futuro. E dobbiamo farlo insieme». E qui si torna alla complessità della manifestazione: circa 11mila aranceri, oltre 200 cavalli, una battaglia estremamente dinamica dove si gettano circa 9mila quintali di arance e che attiva un sistema di sicurezza, anche sul fronte del soccorso sanitario, davvero imponente. Ciascuno di questi elementi contribuisce alla fragilità, cinque scarli di nove metri di altezza bruciati tra la gente il martedì sera, numeri che mettono Ivrea sotto pressione: in cinque giorni, nel 2025, ci sono state circa 120mila presenze.

Alma è un docente universitario di entomologia e, per spiegare questo concetto, usa l’immagine di un ecosistema fragile: «In caso di interventi particolarmente negativi o impattanti, sarebbe quasi impossibile ricostituirlo come sistema con tutti i suoi elementi oggi presenti». Cosa sarebbe un Carnevale di Ivrea senza i cavalli? O senza la battaglia delle arance nel cuore della città? O senza gli scarli?

«In questa complessità che è bellezza e fragilità allo stesso tempo – continua il presidente Alma nella sua riflessione – gli eventi del Carnevale di Ivrea, ormai noto in tutto il mondo e costantemente in crescita di interesse, sono sotto l’attenzione di chiunque». E qui arriva dritto al punto: «Il nostro compito è quello, innanzi tutto, di essere coscienti di questa eredità e della fragilità di questo Carnevale. E, di conseguenza, abbiamo il dovere non solo di pensare a fare festa, ma di trovare, tutti insieme, le modalità meno invasive possibile per dare una struttura a questa manifestazione, per fare in modo che sia salvaguardata nella sua complessità. Ciascuno di noi deve essere responsabile di questo. Noi, come organizzazione, cerchiamo una condivisione sui principi, ma poi abbiamo il dovere di essere i registi della manifestazione con delle regole che garantiscano tutti».

Non è una questione di imbrigliare la festa in gabbie sempre più strette, né di volerla snaturare perché, appunto, nulla è più resiliente del Carnevale, otto secoli di storia, oltre duecento anni di verbali che l’hanno descritto in tutte le sue sfaccettature e nelle sue trasformazioni. L’invito è accorato: «Ciascuno di noi deve essere custode e responsabile del nostro Carnevale in tutti i suoi elementi, che sprigionano emozione e bellezza se coesistono. Dobbiamo essere responsabili oggi e per garantire quello del futuro. E, per farlo al meglio, non possiamo che essere pienamente coscienti delle sue fragilità».















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