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Rogoredo, il sospetto si fa concreto: si punta a inchiodare l’agente che ha sparato? Difendere lo Stato non è una colpa

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Un agente indagato per omicidio volontario dopo aver risposto a una minaccia armata nel boschetto dello spaccio di Rogoredo. Foti e Ronzulli denunciano il paradosso: “Indulgenti con i violenti, severi con le divise”. Ma non solo: e allora ripartiamo dalla vicenda che sta concretizzando un sospetto che rischia di trasformarsi in accusa stringente.

Nel mondo alla rovescia della sinistra Ztl e di certa magistratura, la gerarchia dei valori sembra essersi capovolta: chi spaccia morte e gira armato e minaccioso viene derubricato a vittima. Mentre chi rischia la vita per garantire la sicurezza nelle nostre città finisce sul banco degli imputati con le accuse più infamanti. Ne sono un esempio lampante la iscrizione nel registro degli indagati di ben 4 poliziotti (non solo l’agente che ha materialmente agito) che hanno risposto al fuoco del 30enne cinese a Milano. E, soprattutto, quanto sta accadendo all’ombra della Madonnina, sul famigerato caso del “boschetto” di Rogoredo, dove un agente della squadra investigativa del commissariato Mecenate si ritrova indagato per omicidio volontario. La sua colpa? Aver reagito alla minaccia di Abderrahim Mansouri, pusher marocchino di spicco “e figlio d’arte”, che gli ha puntato contro una pistola.

La trappola del fango mediatico

Mentre i salotti progressisti “rosicano” cercando di trovare il pelo nell’uovo nell’operato del poliziotto, i fatti raccontano un’altra storia. Mansouri non era un “passante smarrito”, ma un soggetto con numerosi alias e quattro tipi di droga in tasca. Girava con una pistola a salve priva di tappino rosso e con il logo Beretta: una replica perfetta, indistinguibile in una situazione di stress operativo e a quella distanza tra i due di decine di metri. Eppure, per certa stampa, il dettaglio è “marginale”. E invece, a dispetto di tutto – e come sottolineato dal legale dell’agente, Pietro Porciani – si è arrivati persino alla pubblicazione dei dati sensibili del poliziotto. Mettendo oltretutto a rischio la sua incolumità. «Il mio assistito non aveva motivi per uccidere, ma ne aveva per difendersi», ha spiegato l’avvocato. Ricordando che l’agente da quei drammatici momenti, sta vivendo giorni di angoscia profonda.

Dal caso “Rogoredo” alla guerriglia di Askatasuna: è cortocircuito istituzionale

E allora, il caso di Rogoredo fa esplodere un paradosso insostenibile se messo a confronto con quanto accaduto a Torino al corteo di Askatasuna. Lì, chi ha preso a martellate un poliziotto durante la guerriglia organizzata dai centri sociali, finisce ai domiciliari. O, cosa ancora più eclatante, torna immediatamente in libertà. «C’è un punto oltre il quale non si può tacere», ha tuonato in Aula la senatrice di Forza Italia Licia Ronzulli: «La giustizia è timida con i violenti e inflessibile con chi indossa una divisa. Se si colpisce alla testa con martelli, l’intento è uccidere, non devastare».

Foti: urge «evitare l’inversione dell’onere della prova»

E dello stesso avviso è il ministro Tommaso Foti, che mette in guardia da una pericolosa deriva: «Bisogna evitare l’inversione dell’onere della prova, per cui l’aggredito finisce per essere considerato meno dell’aggressore». Non solo. Perché il ministro per gli Affari europei, il Pnrr e le politiche di coesione, solleva in calce anche una perplessità legittima: perché per un poliziotto che reagisce scatta l’indagine per omicidio volontario, mentre per chi sferra attacchi da “guerriglia urbana” si usa la mano di velluto?

Dal pusher marocchino al caso del 30enne cinese che ha sparato a Milano

Di più. «Se un poliziotto – e mi riferisco al caso di Milano Rogoredo sottolinea Foti – viene minacciato con una pistola, che solo in un secondo momento si scopre essere una pistola a salve, reagisce: viene indagato per omicidio volontario. Così come, se una persona spara quattro colpi contro un’auto della polizia, e non provoca una strage solo perché il mezzo è blindato, per gli agenti che rispondono al fuoco scatta comunque la procedura d’ufficio, con l’apertura di un’indagine a loro carico. Nel caso di Torino, invece, non si contesta l’accaduto nemmeno aprendo un fascicolo contro ignoti per tentato omicidio – che pure sarebbe possibile quando non si conosce con esattezza chi abbia agito in quel momento –… Non faccio il mestiere di altri, ma qualche perplessità su come vengano valutate alcune situazioni credo sia legittima» chiosa Foti.

Una urgenza sopra tutte: difendere chi ci difende

E alla fine, un dato emerge in tutta la sua cristallina e innegabile certezza: non si può chiedere alle forze dell’ordine di bonificare zone franche come Rogoredo e poi lasciarle sole davanti a un avviso di garanzia. La difesa della legalità non può essere un “reato d’ufficio”. Come sottolineato peraltro dagli stessi sindacati di Polizia, questo doppio standard delegittima lo Stato e normalizza la violenza dei criminali. È ora di dire basta: la solidarietà alle divise non può essere un esercizio di retorica. Ma deve tradursi in una protezione giuridica reale per chi, ogni giorno, sceglie di stare dalla parte dei cittadini onesti.

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