Добавить новость
smi24.net
World News
Февраль
2026
1 2 3 4 5 6 7 8 9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28

Trump, dazi, UE e fine della globalizzazione: perché i numeri danno ragione agli Stati Uniti

0

Agli analisti europei sfugge la ragione di quanto sta facendo Donald Trump perché alla neutralità dell’osservazione hanno sostituito il tifo in difesa dell’Ue che non vuole specchiarsi nella propria crisi. Dopo Davos – dove forse per l’ultima volta si è svolto il World economic forum visto che il capo di BlackRock Larry Fink, mister 14 mila miliardi di dollari, vuole spostarlo a Detroit – hanno eletto a loro mentore Mark Carney, il leader canadese che ha detto un’ovvietà: l’ordine mondiale è cambiato e se non sei al tavolo sei nel menù. Gli si potrebbe rispondere con Trump: non hai le carte. Il Canada cresce a ritmi europei, dunque poco, ha un’alta disoccupazione, la bilancia commerciale in passivo di mezzo miliardo di dollari e dipende strutturalmente dall’economia americana. Prova a flirtare con la Cina, ma ha il guinzaglio corto rispetto a Washington.

UE, Mercosur e dipendenza dagli Usa

È lo stesso atteggiamento di Ursula von der Leyen che “offende” il Parlamento europeo pur di firmare il Mercosur e corre in India a fare un accordo per cercare di vendere le auto tedesche rimaste sui piazzali a seguito del Green deal. L’Ue tenta di svincolarsi dagli Usa che però oggi sono diventati il nostro primo fornitore di energia e rischia di fare la fine del criceto: gira nella ruota senza poterne uscire. New Delhi è disposta a concedere uno sconto sui dazi alle auto europee dal 110 al 40 % subito (e al 10% in 5 anni), ma in cambio vuole mano libera su tutta l’altra manifattura. Non sa la baronessa che l’India cresce sei volte più dell’Eurozona.

Dazi, Lincoln e la fine della globalizzazione

Tutti sperano che Trump abbia sbagliato i conti invece i dati – almeno per ora – gli danno ragione. Anche perché ciò che va dicendo l’uomo di Mar-a-Lago non è una novità. È la stessa teoria di Abramo Lincoln quando dovette affrontare la secessione. Disse: «Ci serve una banca nazionale, produrre internamente e proteggerci con dazi elevati». Che era successo? Lo stesso errore che Bill Clinton ha commesso 150 anni dopo. I cotonieri del Sud si accontentavano di usare gli schiavi per vendere alla Gran Bretagna, importando tutto ciò che serviva: le fabbriche stavano al di là dell’Atlantico e i neonati Stati americani non crescevano. Quando Clinton – preceduto da Romano Prodi, allora presidente della Commissione europea – ha aperto alla Cina le porte del Wto senza dazi ha immaginato che Pechino diventasse la fabbrica del mondo dominata però dal dollaro. Un quarto di secolo dopo per gli Usa, ma in genere per l’Occidente, il risultato è disastroso. Perciò The Donald riscopre il comandamento di Lincoln e decreta: la globalizzazione è finita.

Trumpnomics, tassi e Federal Reserve

A dargli supporto “scientifico” c’è il suo primo consigliere economico Stephen Miran che i nostrani soloni dell’economia hanno battezzato «il teorico monetario del populismo». La sua idea è: alti dazi per costringere gli americani al self-made, sganciare il dollaro come moneta di garanzia per evitare che sia artificiosamente sopravvalutata per poter esportare di più, stimolare con tassi bassi i consumi interni. Da qui la polemica durissima di Trump contro Jerome Powell, presidente della Federal Reserve, accusato di tenere troppo alto il costo del denaro. Miran sostiene che si può tagliare di 100 punti base, Powell teme l’impennata dell’inflazione che per ora è ferma al 2,7 per cento e non pare avere risentito dei dazi.

Gli unici a tenere i tassi più alti del necessario, o perlomeno dell’opportuno, rimangono i tedeschi che costringono la Bce guidata – si fa molto per dire – da Christine Lagarde a stare al 2,15 per cento contro un Giappone che viaggia allo 0,75 e alla Cina che mantiene il 3 per cento, ma ha tagliato del 100 per cento in due anni.

Industria Usa contro stagnazione europea

Gli Usa emuli di Un mercoledì da leoni ad Huntington Beach stanno surfando l’onda della trumpnomics. A cominciare dall’impatto dei dazi. Le mirabolanti dichiarazioni di The Donald danno l’impressione che gli americani paghino i prodotti che importano cifre spropositate. Non è così: il dazio medio è del 10 per cento, certo è molto di più dell’epoca pre-Trump quando era al 2, ma si è solo marginalmente scaricato sui consumi anche perché gli importatori hanno ammortizzato almeno per metà l’impatto. Va anche detto che nell’era di Joe Biden non erano molto più bassi. Egli mantenne i dazi messi dal primo Trump, aggiungendone altri molto selettivi. E pure Biden, lanciando il suo Reduction Inflation Act, tentò con stimoli finanziari di riportare la produzione in America. Il risultato è – come testimoniano nel loro Capitalismo di guerra Alberto Saravalle e Carlo Stagnaro – che «dal 2018 al 2024 i dazi hanno prodotto al governo americano un gettito di 233 miliardi». L’Ue, peraltro, anche se si è svegliata tardi colpisce la Cina ormai al livello di Trump con una differenza: le fabbriche americane hanno ricominciato a girare, quelle europee stentano.

Rust Belt, crescita e Midterm

Il tema della produzione interna è un pallino del vicepresidente J.D. Vance che nel suo Hillbilly Elegy, benevolmente tradotto in Elegia americana, racconta la desolazione della Rust Belt, la “cintura della ruggine” con le fabbriche di Detroit, del Midwest un tempo incubatrici del sogno americano e ora abbandonate per l’effetto Cina. Oggi la produzione industriale americana è aumentata del 2 per cento in un anno con gli impianti sfruttati al 76,3 per cento. Nell’Eurozona la produzione industriale lo scorso anno è crollata dell’1,5 per cento.

I detrattori di Trump fanno il tifo affinché le cose in America vadano male cosicché a novembre prossimo, alle elezioni di Midterm, il presidente sia sconfitto. Al punto che, seguendo Emmanuel Macron, i leader europei cominciano a predicare di ritirare gli asset europei dagli Usa. Rischiano di fare male i conti – glielo ha ricordato indirettamente il segretario di Stato all’Economia Scott Bessent – perché il 30 per cento degli investimenti finanziari in Europa sono in mano statunitense e una eventuale ritorsione Usa sarebbe disastrosa.

Debito Usa, pagamenti e guinzaglio americano

Bessent ha una sua precisa strategia monetaria fondata però sui numeri positivi dell’economia reale: abbassare il costo del denaro in Usa con il presidente che ha chiesto anche un tetto agli interessi sulle carte di credito: mai più oltre il 10 per cento. Vuole ottenere due effetti. Stimolare la domanda interna e raffreddare il peso dell’enorme debito pubblico Usa (38 mila miliardi), portando il rendimento del titolo decennale sotto il livello europeo.

Inoltre, il mondo dipende dai sistemi di pagamento americani e, se Trump decidesse di fare guerra digitale staccando la spina, l’Europa sarebbe impotente. A Bruxelles come nelle altre cancellerie del Vecchio continente – ma lo sa anche Carney, il nuovo idolo degli antipatizzanti trumpiani – sono tutti consapevoli che tra energia e tecnologia il guinzaglio americano è corto.

Dati Fmi, deficit e poker globale

L’ottimismo di Bessent peraltro è fondato su alcuni numeri solidi. La crescita statunitense è stimata dal Fmi al 2,4 per cento (quella globale è al 3,3) – nell’Eurozona ci accontentiamo della metà – e gli occupati sono 164 milioni, pari al 47 per cento della popolazione, mentre in Europa non arriviamo al 44 con circa 198 milioni di lavoratori. Ma l’ultimo dato è sorprendente: l’apparentemente girandola dei dazi ha portato l’America a raffreddare in un solo anno di 29,35 miliardi di dollari il deficit commerciale. Dal porto di Los Angeles, il maggiore degli Stati Uniti, parte più merce di quella che arriva. E poi dicono che Donald è matto. Magari è vero. Tra i suoi sei comandamenti sul come fare affari lui indica il divertirsi come quello fondamentale.

È vero, ha trasformato la fu globalizzazione in un tavolo di poker dove lui bluffa continuamente, ma sa una cosa che gli altri sottovalutano: il matto, o il jolly, è la carta che significa moltiplicatore infinito. E lui su questo punta.















Музыкальные новости






















СМИ24.net — правдивые новости, непрерывно 24/7 на русском языке с ежеминутным обновлением *