Chat sessista alla Canottieri Ticino: in tre a processo
Pavia. Vanno a processo i tre indagati - due soci e un esterno - coinvolti nel caso della chat sessista alla Canottieri Ticino. A distanza di due anni dallo scandalo che toccò il club, la più antica società remiera di Pavia, si apre il giudizio per l’accusa di diffamazione, anche se contestata nella forma semplice e non aggravata trattandosi di un ambito chiuso (una chat di Whatsapp, appunto) e non diffusa all’esterno.
Il caso è quello della denuncia di tre giovani donne che a settembre del 2023 scoprirono una chat di WhatsApp (“Polemici 2023”) in cui alcuni soci del club si scambiavano foto e commenti volgari su di loro e altre frequentatrici del centro. Le tre donne avevano saputo dell’esistenza della chat da un “pentito”, che non condividendo il contenuto dei messaggi aveva deciso di spifferare tutto. Da qui l’esposto, sia al collegio dei probiviri (poi dimissionario) che in procura, per l’ipotesi di diffamazione. Il processo comincerà il 17 marzo davanti al giudice di pace di Pavia. Le ragazze avranno l’occasione di costituirsi parte civile.
Perché tre imputati
Secondo le indagini della pm Valentina Terrile, che aveva sentito diversi testimoni, avrebbero commesso diffamazione solo alcuni partecipanti alla chat: il socio consigliere, che per questa vicenda fu sospeso dal collegio dei probiviri per tre mesi, un altro socio e un esterno al club.
Altri quattro indagati, che erano presenti nella chat, per la procura avevano avuto un ruolo solo marginale e per loro era stata chiesta l’archiviazione. Il fascicolo, comunque, ha seguito un iter non lineare: la pm aveva contestato infatti la diffamazione aggravata ma per il giudice Pietro Balduzzi, che ha ricevuto la richiesta di rinvio a giudizio, si tratterebbe invece di diffamazione semplice, perché la chat di WhatsApp è confinata a un numero ristretto di partecipanti.
Archiviato l’altro filone
L’indagine per diffamazione si era intrecciata con un’altra inchiesta, sollecitata dal consigliere sospeso. Sentito in procura aveva sottolineato come tutta questa vicenda fosse nata da un reato, cioè la sottrazione del suo telefonino, rimasto incustodito sul lettino della piscina durante una breve assenza, e da un accesso abusivo a una chat privata. Ma questa tesi non ha retto al vaglio del giudice, che ha archiviato la posizione delle tre ragazze, ritenendo più convincente la ricostruzione fatta da loro, e cioè che la chat fu scoperta per il “pentimento” di un partecipante.
La chat che finisce nelle mani delle ragazze sembra comunque non lasciare spazio ad equivoci: i messaggi che i partecipanti si scambiano sono commenti su particolari fisici delle giovani ma ci sono anche allusioni a presunte relazioni di alcune ragazze con altri soci. Il tutto condito con pesanti battute a sfondo sessuale e insulti. L’accusa ipotizzata, cioè la diffamazione, riguarda i casi in cui qualcuno, «comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione» e prevede la reclusione fino a un anno o la multa fino a 1.032 euro.
