Foibe ed esodo giuliano-dalmata: «Epurazione da analizzare con sguardo indipendente»
IVREA. Ieri, martedì 10 febbraio, è stato celebrato il Giorno del Ricordo, in memoria delle vittime delle foibe, dell'esodo giuliano-dalmata e delle vicende del confine orientale del secondo dopoguerra. Abbiamo voluto ragionare sul significato di questa celebrazione con lo storico Riccardo Marchis, coordinatore del settore Didattica dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e la società contemporanea (Istoreto). Si occupa di ricerche e iniziative sui temi dell'educazione alla cittadinanza e di quelli connessi al calendario civile, tra cui il Giorno del Ricordo.
Non è inconsueta la contrapposizione tra Giornata della Memoria, vissuta in modo più globale e legata ai temi dell’antifascismo, e il Giorno del Ricordo, visto come appannaggio delle destre in funzione anticomunista. Cosa pensa di questa contrapposizione?
«Si tratta di una contrapposizione rilevabile sin dagli esordi: da ancor prima del varo della legge sul Giorno del Ricordo. Se si ritorna al dibattito parlamentare che precedette la nascita del Giorno della Memoria, troviamo a fine marzo 2000 la dichiarazione di voto di Gustavo Selva, di Alleanza nazionale, che nel dirsi favorevole all’istituzione di quella giornata richiedeva tuttavia l’istituzione di una giornata in ricordo delle vittime delle foibe, intese come vittime di un'ideologia, quella comunista, che costituiva “un altro sistema disumano e violento della storia del XX secolo”. Ciò che risultava evidente in quell’intervento era la ricerca immediata di un contraltare che relativizzasse il male radicale di Auschwitz (evitando tuttavia di ricercare le specifiche colpe attribuibili ai due totalitarismi) e che inoltre attenuasse le colpe del fascismo. La tentata contrapposizione che ha caratterizzato lo svolgimento di queste due giornate richiama una impostazione ideologica novecentesca inattuale, riproposta come ancora in atto. L’incontestabile significato della Giornata della Memoria non può trovare attenuazioni di sorta nel fenomeno evocato nel Giorno del Ricordo, ossia gli spostamenti forzati di popolazione che caratterizzarono la fine del secondo conflitto mondiale e di cui l’esodo giuliano dalmata costituisce il caso italiano. Un fenomeno europeo di proporzioni gigantesche (14 milioni di esuli con centinaia di migliaia di vittime) che si esercitò in particolare nei confronti delle popolazioni assimilabili ai Paesi sconfitti, indipendentemente dalla loro secolare presenza nei territori da cui furono cacciati. Un fenomeno che si svolse lungo la linea raggiunta dai fronti nel 1945, dal Mare del Nord sin giù all’Adriatico e che vide in ogni situazione violenze, uccisioni di massa e insostenibili pressioni nei confronti di chi venne costretto ad esodare, ma questi episodi non furono tuttavia prerogativa dei nascenti stati socialisti (come invece lo fu il caso jugoslavo). In Cecoslovacchia, ad esempio, il processo di espulsione coinvolse tre milioni di persone di lingua tedesca e fu operato già nel 1945 dal governo Benes con il consenso delle potenze vincitrici».
Nelle città italiane c’erano i giuliani, i profughi da Istria e Dalmazia, ma nessuno parlava di loro o erano visti con diffidenza: come vissero questo difficile inserimento?
«Per gli esuli il valore della memoria collettiva – centrale per ogni comunità – divenne ancor più importante dal momento del loro arrivo nelle terre in cui la diaspora li sospinse. Per lunghi decenni la memoria comunitaria divenne lo strumento di aggregazione dei suoi componenti, proiettati in mondi nuovi nei quali tutto era da riconquistare: il lavoro, l’integrazione, il riconoscimento. Per molti tra loro quei mondi erano le città e i borghi d’Italia alle prese con i gravi problemi della ricostruzione, ove le persone portavano con sé il peso della guerra ed erano refrattarie ad assumersi il fardello di altre pene. Fu un complesso percorso d’integrazione, tra diffidenze nei confronti dell’altro e accoglienza, variamente distribuite tra gli esuli, supportati dalle memorie del passato, dalle tradizioni e dalla lingua, a cui ancora oggi restano fortemente legati».
Esistono versioni diverse relativamente al numero degli infoibati. Quale può essere l’ultima quantificazione di questo tragico evento?
«Difficile computo, in particolare a così grande distanza di tempo, dato che per molti anni anche su questo tragico aspetto vi furono contrapposte intenzioni nell’indicare il numero delle vittime che comprendono anche fucilati, annegati, morti di stenti nei campi di concentramento jugoslavi. Le stime degli studi più aggiornati parlano di 5mila vittime, che in qualche caso giungono sino a 10mila. Questa quantificazione, che è inferiore a quelle diffuse in passato, non ne diminuisce la gravità».
Nella trattazione sulle foibe spesso si omettono di citare le colpe del fascismo, occupante nelle regioni di confine: a suo parere cosa sanno oggi gli italiani sulle foibe e sulle loro cause?
«È una storia complessa e la tendenza a semplificare, propria di certe posizioni, non aiuta a fornire gli strumenti di comprensione necessari. Le colpe del fascismo ci furono, eccome, e furono alla base della “resa dei conti” che in due occasioni, nel 1943 e nel 1945, venne esercitata nei confronti dei rappresentanti del regime e delle figure militari e civili ad esso riconducibili. Tuttavia va tenuta in evidenza la misura molto estensiva nell’applicazione della resa dei conti che venne esercitata contro la componente italiana con l’equazione pretestuosa di italiano = fascista, attuata nei confronti di tutte quelle componenti ritenute a vario titolo non assimilabili al nascente regime. Dunque si trattò di un’azione di epurazione preventiva e non invece, come si iniziò a dire negli anni duemila, di pulizia etnica condotta contro la comunità italiana. Una locuzione potente ed evocativa, tuttavia fuorviante, se riferita al contesto di cui parliamo. Gli eccidi ci furono, l’allontanamento forzato della componente istro-veneta di quei territori vi fu, estesissimo, ma vi furono parti di quelle comunità che si adattarono alla nuova situazione, per una certa fase o per sempre, e rimasero per le più svariate ragioni. Pensiamo ai racconti e ai romanzi di Nelida Milani e ricordiamo che l’esodo giuliano dalmata conobbe fasi diverse sino al 1954 e che anche questa estesa durata è una particolarità nell’ambito degli spostamenti forzati del periodo. È una vicenda che richiede di essere inserita a pieno titolo nella storia italiana e nella storia della sconfitta patita in una sciagurata guerra perduta dal fascismo. L’esodo giuliano-dalmata va narrato, in particolare nella scuola, con le parole pacate e documentate degli storici, sostenute dalla memoria dei protagonisti, lontano dal tempestare delle polemiche e degli usi strumentali della storia. Le opposte intenzionalità, di chi intendeva negare o sminuire le foibe e l'esodo o, all'opposto, di chi voleva farne la bandiera di un nazionalismo esasperato e fuori tempo, sono state di ostacolo alla penetrazione nel canone della storia insegnata di un fenomeno che coinvolse in Europa milioni di persone».
Film e serie hanno diffuso la storia delle foibe: hanno rappresentato correttamente gli eventi dell’epoca?
«Generalmente no, a quanto mi è dato di conoscere. Se potessi permettermi di richiamare un esempio di trattazione cinematografica del tema riproporrei il film Cuori senza frontiere di Luigi Zampa (1950). Al di là degli aspetti che possiamo sentire lontani dal nostro gusto, come il clima melò che avvolge a tratti la storia dei protagonisti, è un film che si misura con i fatti e le tragedie di chi vide la propria terra irrimediabilmente divisa da un nuovo confine. Fu un film che non piacque né alla Dc né al Pci perché non abbastanza aderente alle visioni che i partiti egemoni negli opposti campi rappresentavano. Credo che uno sguardo indipendente dalle visioni canoniche sia anche oggi un requisito essenziale per analizzare fatti e processi, sia che riguardino il passato sia che avvengano sotto i nostri occhi».
