Class action contro i social network, il legale: “Meta e TikTok contestano la giurisdizione nazionale per trattare solo con l’Ue”
Mentre langue in Commissione al Senato la proposta di legge per vietare l’uso dei social network ai minori di 15 anni, un gruppo di associazioni e uno studio legale sfidano i colossi Meta e TikTok con una class action al tribunale di Milano. “Milioni di ragazzi patiscono la dipendenza e gli effetti degli algoritmi, il governo è inerte mentre Big tech contesta la competenza dei magistrati nazionali”, dice a ilfattoquotidiano.it Stefano Bertone, legale dello studio torinese Ambrosio & Commodo, promotore dell’azione giudiziaria. Perché Meta e TikTok contesterebbero il giudizio dei tribunali nazionali? “Secondo loro le regole le decide l’Europa dunque rivendicano il loro dialogo con le istituzioni del Vecchio continente”, dice l’avvocato. Ma anche l’Ue ha abbandonato la carota per impugnare il bastone, pur di tutelare i minori dagli abusi dei social network. Il 6 febbraio la Commissione ha contestato formalmente a TikTok, in via preliminare, la violazione del Digital service act. Secondo palazzo Berlaymont le piattaforme hanno sottovalutato i rischi sulla dipendenza e la salute degli utenti. Il colosso ora rischia una multa fino al 6 per cento del fatturato. Ma le obiezioni rivolte al social network cinese potrebbero giungere anche all’indirizzo di Facebook e Instagram.
“L’esecutivo non tutela i minori, serve informare sui rischi per la salute”
La class action italiana contro Facebook, Instagram e TikTok è partita subito in salita. La prima udienza si sarebbe dovuta celebrare il 12 febbraio ma è slittata di tre mesi: problemi tecnici con le notifiche all’estero. A sostenere il ricorso in tribunale sono le associazioni delle famiglie e dei genitori, senza alcuna interlocuzione con il governo. Eppure Giorgia Meloni e le destre si ergono sovente come paladini della famiglia. “Al netto del divieto si smartphone a scuola, apprezzabilissimo, l’esecutivo non sta tutelando i più giovani dalla dipendenza dei social network”, dice l’avvocato Bertone, “dunque ci pensano i singoli e le organizzazioni dal basso”. Non basta verificare l’età e spegnere i social agli adolescenti, secondo il legale, perché “il grande problema è la carenza di informazioni per i genitori”. In quanti sono consapevoli dei rischi per i minori? “Troppo pochi, il dibattito langue e molti adulti non sono neppure messi nelle condizioni di proteggere i loro figli”, dice Bertone. Come all’alba della diffusione delle sigarette: nessuna regola e divieto, in principio, solo con il tempo si è diffusa la consapevolezza dei danni e sono fioccate regole per Big Tobacco. Possiamo nascondere il pacchetto di sigarette, ma l’ambizione, secondo Bertone, è “convincere i ragazzi a non fumare: lo stesso vale per i social e l’unica via è informarli sulle conseguenze”, ammonisce l’avvocato.
Class action, il caso Phillips e la vittoria contro la grande industria
La letteratura scientifica sugli effetti dei social network è vasta: diversi studi sostengono l’analogia tra la dipendenza indotta dai social e il “vizio” di alcol e nicotina. L’azione giudiziaria collettiva poggia sul pregiudizio alla salute per milioni di minori. “Abbiamo scelto la class action inibitoria perché è uno strumento molto potente”, spiega Bertone. Attraverso questa via legale, chiunque può chiedere al giudice lo stop dei comportamenti pregiudizievoli per un gruppo di persone, senza dimostrare colpa o dolo di chi li mette in atto. Basta una firma per presentare il ricorso in sede civile. Così è più semplice far accogliere il ricorso. “Tuttavia – dice l’avvocato – alcuni documenti interni in nostro possesso dimostrano come gli organi aziendali di una piattaforma fossero al corrente della dipendenza indotta dall’algoritmo, soprattutto sui più giovani”. Del resto, aggiunge, “gli statuti delle big tech depositati in camera di commercio c’è chiaramente scritto che il loro modello di business dipende dalla capacità di trattenere l’utente sulla piattaforma”.
Grazie alla prima class action inibitoria europea, nel campo sanitario, lo studio Ambrosio & Commodo ha già vinto in tribunale contro Phillips, il gigante tecnologico. In quel caso, la minaccia per la salute erano i dispositivi medici difettosi. “L’azienda si era impegnata a ritirarli dal mercato, ma i pazienti lamentavano ritardi e temevano le conseguenze”, ricorda Bertone. Phillips ha perso in primo e secondo grado, rinunciando al ricorso in Cassazione. “Con le azioni collettive anche i singoli possono avere giustizia contro le grandi industrie”, ammonisce Bertone. Phillips è stata portata in giudizio anche per il risarcimento collettivo, respinto in primo grado: troppe differenze tra le situazioni dei singoli ricorrenti, secondo il giudice. Ma entro l’estate si attende la sentenza in Corte d’appello. “Se il ricorso sarà accolto, valuteremo la richiesta di risarcimento anche per Meta e TikTok”, avvisa il legale. Che nota una similitudine tra i colossi chiamati in tribunale: “Phillips chiedeva di rispettare il programma concordato con il ministero della Salute, le piattaforme social si appellano al dialogo con la Commissione europea”. In entrambi i casi, la competenza dei giudici nazionali si vorrebbe attenuata. Del resto, i dirigenti di Meta e TikTok lo hanno ribadito il 14 gennaio, in audizione alla Camera dei deputati: in Europa vige il Digital service act (Dsa) e le leggi locali rischiano di frammentare eccessivamente il mercato. Ma anche nel Vecchio continente è girato il vento per i colossi social.
La Commissione Ue contro TikTok: sottovalutate “quelle funzionalità che creano dipendenza”
Il 6 febbraio gli uffici guidati da Ursula von der Leyen hanno pubblicato le conclusioni preliminari dell’indagine su TikTok. La multinazionale asiatica era accusata di aver violato il Digital service act, con il fascicolo aperto il 19 febbraio 2024. Dopo due anni, è arrivato l’avviso: secondo la Commissione, la piattaforma ha “ignorato importanti indicatori dell’uso compulsivo dell’app, come il tempo che i minorenni trascorrono su TikTok di notte”. Soprattutto, non ha valutato a dovere quelle “funzionalità che creano dipendenza e potrebbero danneggiare il benessere fisico e mentale dei suoi utenti, compresi i minori”. Quali funzionalità? “Lo scorrimento infinito, la riproduzione automatica, le notifiche push e il suo sistema di raccomandazione altamente personalizzato”. TikTok ha tempo per controbattere, prima della conclusione del procedimento. Ma rischia una multa fino al 6 per cento del fatturato. Nulla esclude che nel mirino di Bruxelles entrino anche Facebook e Instagram, i social del colosso statunitense Meta. Anzi, secondo il giurista Guido Scorza, le contestazioni verso TikTok “potrebbero, agevolmente, esser mosse all’indirizzo della più parte dei suoi concorrenti”. “L’impressione – scrive l’esperto su agendadigitale.eu – è che sul banco degli imputati, almeno sul piano dei principi, non ci sia solo TikTok ma un intero sistema”.
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