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Caffè storici, aperitivi e tramezzini raccontati dalla Pasticceria Roletti

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Al Salone del vermouth di Torino appena terminato non si è parlato solo di miscelazione e tendenze contemporanee, ma di storia, identità e cultura cittadina. Il talk dal titolo “Caffè, tramezzini e miti” ha riportato il pubblico al cuore dell’eccellenza torinese, celebrando due anniversari simbolici: i 240 anni del vermouth e i 100 del tramezzino. Sul palco anche Francesco Roletti, quinta generazione di uno dei più rinomati Caffè storici piemontesi, la Pasticceria Roletti di San Giusto Canavese, e testimone diretto di una tradizione che affonda le radici nei caffè torinesi.

Luoghi eleganti ma popolari allo stesso tempo, dove aristocratici, borghesi, intellettuali e artisti si incontravano per discutere, leggere i giornali, intrecciare relazioni. Il bicchiere di vermouth, spesso accompagnato da piccoli assaggi, divenne il segno distintivo di un modo di vivere. E il famoso pane morbido farcito, il tramezzino, nato nel 1926 al Caffè Mulassano di Torino, dall’idea di Angela Demichelis Nebiolo, divenne presto l’accompagnamento ideale dell’aperitivo. Il nome fu suggerito da Gabriele D’Annunzio e la sua invenzione rispose a un’esigenza semplice ma rivoluzionaria: offrire qualcosa di pratico, elegante e facilmente consumabile in piedi, tra una chiacchiera e l’altra. Nel tempo si è trasformato, arricchito, reinterpretato, ma non ha mai perso la sua funzione originaria: essere il compagno naturale del vermouth, l’anello di congiunzione tra il bere e il mangiare. I Caffè storici sono stati il cuore di questo connubio, i luoghi che hanno custodito per oltre due secoli un patrimonio fatto di ricette, gesti, atmosfere.

Francesco Roletti ha ricordato come non siano soltanto un esercizio commerciale, ma «un pezzo di identità cittadina». «Nella rinascita degli ultimi anni del vermouth, i Caffè storici continuano ad avere una parte importante – spiega Roletti –. Quello che dobbiamo un po’ cambiare è la narrativa che deve sì richiamare il passato, ma deve anche puntare al futuro, a un linguaggio diverso. Ma “linguaggio giovanile” vuol dire tutto e niente. Spesso si dice che i giovani non apprezzino un certo modo di comunicare, un certo tipo di bevuta. Ma se sai raccontare questa tradizione, anche il giovane ti capisce. Il mio locale ha una storia particolare perché in passato producevamo il nostro vermouth. Poi per anni abbiamo abbandonato gli Alfonso Mollo















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