Il fatto che il film di Battiato sia andato in onda subito dopo l’attacco all’Iran è significativo
di Stefano Virgilio
Il film sulla vita di Franco Battiato è casualmente ma significativamente andato in onda subito dopo l’ennesimo atto di spudorata arroganza di cui si sono resi protagonisti gli americani, ovviamente di concerto con Israele e con l’indecente compiacenza di Francia, Germania, Regno Unito e ovviamente Italia (che hanno bellamente condannato in coro la reazione, invece che l’aggressione). Battiato, celebrato dalla politica di destra e di sinistra che sovente canta a memoria le sue canzoni senza volerle prendere sul serio, spese la sua intera vita in costante dialogo con le culture del mondo (e in particolare quella persiana e araba, come dimostra, tra le tante iniziative, il concerto in una Baghdad sotto embargo), di cui valorizzò sempre la portata spirituale, etica, in contrasto con gli atti criminali dei governi, di qualunque colore essi fossero, stigmatizzando con indignazione l’uso della religione a fini politici (da parte dei “demoni feroci della guerra che fingono di pregare”, come diceva in Come un cammello in una grondaia).
Il suo legame viscerale con la cultura araba e persiana è risaputo, come pure la sua diffidenza nei confronti del modello americano, soprattutto nella sua veste imperialista. In una canzone che tremendamente attuale anche oggi, (“Ermeneutica”, in “Dieci stratagemmi”), in occasione dell’attacco di Bush all’Iraq egli ironizzava sull’“eiaculazione precoce” dell’Impero, ma soprattutto sui “servi che si inchinano a quella scimmia di Presidente”.
Ecco, chissà se avrebbe usato parole simili per descrivere il modo in cui un territorio incredibilmente ricco di storia e di cultura, la patria dei suoi amati Rumi e Attar (governata – è vero – da un regime ingiusto e violento, ma certo non pericoloso per l’ordine mondiale quanto il suprematismo americano), sia stato colpito al cuore per la follia di un Presidente rozzo e violento, circondato da una sfera di servitori incapaci di fermarlo. Per fortuna, invece, alla fine del pezzo ripeteva “now, I am far from you”: egli è lontano da qui, e anche se ci manca terribilmente, almeno non assiste all’ennesima caduta del mondo nella barbarie.
Purtroppo, contrariamente a quanto auspicava in Povera patria, le cose non sono cambiate, anzi sono ulteriormente peggiorate: non ci resta forse che provare a cambiare innanzitutto un po’ noi stessi, a differenza di quanto fanno quelli che “si credono potenti”, con la consapevolezza che, se decidiamo di intraprendere il cammino che gli era tanto caro, ovvero quello lungo il quale indaghiamo noi stessi, il Maestro può ancora illuminarci un po’.
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