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Trump e Netanyahu attaccano l’Iran, l’Ue si accoda: un esempio da manuale di ‘violenza epistemica’

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La massima potenza militare sul pianeta è concentrata nelle mani di un uomo che l’8 gennaio scorso ha dichiarato al New York Times, senza alcun pudore o ipocrisia, di non aver bisogno del diritto internazionale perché i suoi poteri sono limitati solo dalla sua morale personale e dalla sua mente. Per quanto riguarda la moralità di Donald Trump, al netto dei 34 capi di imputazione per i quali è stato giudicato colpevole nel proprio Paese che ne fanno formalmente un presidente criminale, i confini interni sono definiti dalla melma che eruttano i files di Epstein che lo coinvolgono; i confini esterni dalla complicità attiva con il criminale di guerra e contro l’umanità Benjamin Netanyahu. Per quanto riguarda la sua mente, rimando all’ottima ricognizione delle diagnosi che ne ha fatto Oliviero Ponte di Pino su Doppiozero (Trump e gli psichiatri).

A quattro giorni dall’anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, nel quale tra i governi europei si sono sprecate le formule di rito su “l’aggressore e l’aggredito” che sostiene armi e sanzioni contro il primo, Netanyahu e Trump hanno aggredito militarmente e congiuntamente l’Iran, un paese sovrano, uccidendo anche la massima autorità politico-religiosa, producendo una “violazione clamorosa della norma fondamentale della Carta delle Nazioni unite” – come scrive il giurista Luigi Ferrajoli (il manifesto, Il crollo della ragione e del diritto) – che ci pone “di fronte al crollo del diritto internazionale”. Sostituito dalla logica brutale della violenza, senza alcuna mediazione. Si tratta della torsione mafiosa delle relazioni internazionali, come avevamo visto anche poche settimane fa con l’aggressione Usa al Venezuela e il rapimento del suo presidente, e confermato con il comitato d’affari per la razzia delle terre palestinesi, radunata sotto il nome di copertura di Board of peace.

Ma rispetto alla nuova catastrofe della guerra all’Iran, la reazione dell’Unione e dei governi europei è stata afasica, incapace – tranne il governo spagnolo – di esprimere la minima condanna, ma ingaggiata nell’eterna retorica della lotta del bene (i “nostri”, a prescindere) contro il male (tutti gli “altri”, a prescindere), a qualunque costo e contro qualsiasi evidenza. Fino a condannare piuttosto la risposta iraniana, mentre i governi inglese, tedesco e francese pronti a collaborare all’aggressione. Un esempio da manuale di “violenza epistemica” – come definita dalla filosofa Roberta De Monticelli in Umanità violata, in riferimento alla complicità con il genocidio israeliano dei palestinesi – contro le opinioni pubbliche: “Una violenza che non uccide la vita del corpo, ma quella della mente: spegne la luce delle ragioni, strozza l’ansia di verità, riduce il linguaggio ad una orwelliana amministrazione di conformismi e tabù e decapita il polo dell’idealità, ghigliottinando la mente delle persone”.

La violenza epistemica ripete oggi il mantra della “guerra preventiva” – rispolverata dalle aggressioni di George W. Bush all’Afghanistan e all’Iraq, che hanno generato catastrofi umanitarie e terrorismi dilaganti – nei confronti del programma nucleare iraniano, che ricorda le inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, ingannando il tavolo di trattative in corso a Ginevra. Come ha evidenziato l’Ican (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons), “questi attacchi sono del tutto irresponsabili e rischiano di provocare un’ulteriore escalation, aumentando il pericolo di proliferazione nucleare e l’uso di armi nucleari. L’azione militare non è una soluzione praticabile né duratura per prevenire la proliferazione nucleare”. Ma la prevenzione della proliferazione non è l’obiettivo degli Usa né di Israele, che non vogliono minimamente rinunciare alle proprie testate nucleari, tanto meno aderire al Trattato che le rende illegali, solo non avere nuovi concorrenti nella cupola atomica.

L’altra narrazione ricorrente nella violenza epistemica giustificatrice della violenza delle bombe, se sganciate dai “buoni”, è quella della guerra per la liberazione delle donne iraniane, che – oltre ad essere un ossimoro, sia in sé che in relazione ai due soggetti “liberatori” – si è subito infranta nel bombardamento della scuola primaria femminile Shajaba Tayyiba nella città di Minab, nel sud dell’Iran, avvenuto già nella mattina di sabato 28 febbraio, dove si contano ad oggi almeno 165 giovanissime vittime e 96 feriti (fonte: Il Sole 24 Ore), nel sito verificato dalla Cnn. Un’interpretazione quantomeno distorta del principio “Donna, vita e libertà” del movimento di lotta iraniano.

Le ragioni storiche dell’aggressione militare per Trump stanno, invece, nella ricchezza petrolifera dell’Iran – terzo al mondo per quantità di riserve, dopo il Venezuela, appunto, e l’alleata Arabia saudita – e per il governo israeliano nell’essere il vero ostacolo alla realizzazione della Grande Israele, dal Nilo all’Eufrate, più volte rivendicata da Netanyahu. Le ragioni prossime sono i rispettivi sondaggi elettorali che hanno bisogno, per entrambi i criminali, di una vittoria militare per provare a cambiare di segno ed allontanare il carcere. La violenza epistemica contro di noi è solo la fornitura delle coperture ideologiche per nascondere le verità dietro la violenza esplicita contro i “nemici”. Per questo Gandhi chiamava la nonviolenza “forza della verità”, ossia fermezza nel disvelamento della menzogna: ma già questo richiede coraggio, che di questi tempi è virtù assai rara.

L'articolo Trump e Netanyahu attaccano l’Iran, l’Ue si accoda: un esempio da manuale di ‘violenza epistemica’ proviene da Il Fatto Quotidiano.















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