«Ragazzi che sbagliano, non baby gang: non fate di mio figlio un criminale»
PAVIA. «Mio figlio ha sbagliato ma non è un criminale: è solo un adolescente fragile, che ha sofferto perché bullizzato a scuola dai suoi compagni in quanto straniero. In questi mesi è stato etichettato come il leader della banda ma in realtà è diventato solo un capro espiatorio: gli hanno attribuito anche quello che non ha fatto». A parlare è la mamma di uno dei ragazzi di 15 anni di Pavia arrestati ad aprile con l’accusa di avere rapinato coetanei e pochi giorni fa “puniti” dal giudice con un anno di prova, in cui dovranno dimostrare di rigare dritti, avere buoni voti a scuola e dare una mano in oratorio e seguire le regole.
La comunità
«Non vedo mio figlio da cinque mesi, questa è una punizione troppo grande», dice in lacrime la donna, che non accetta il ritornello che in questi mesi ha accompagnato la vicenda, e cioè che nei comportamenti al limite di alcuni giovani avrebbero una parte di colpa anche i genitori: «Questi ragazzi hanno famiglie solide alle spalle, non sbandate. Famiglie in cui noi genitori abbiamo provato a educare all’amore e al rispetto». Cosa si è rotto, quindi? Perché il ragazzo, che ora è una comunità in provincia di Brescia, si è messo, come sostiene la procura dei minori, a rapinare i compagni? «Partiamo dal presupposto che tutto è stato esagerato – dice la madre –. Io parlerei piuttosto di bravate messo in atto da bambini che si sentivano già grandi. Anche negli episodi che vengono contestati a mio figlio le cose non sono andate come denunciato».
Anni complicati
La donna parla di anni difficili: «Mio marito e io siamo venuti a Pavia cinque anni fa, per garantire le cure migliori all’altro nostro figlio, che non sta bene. Anche il ragazzo che ora è in comunità ha un grave problema di salute. Una situazione che insieme alle sue origini gli ha impedito di essere accettato dai compagni. Ricordo che quando frequentava le medie tornava a casa con i pantaloni bagnati, per la paura. Lo bullizzavano, lo prendevano in giro perché non parlava bene l’italiano. A un certo punto non voleva più andare a scuola. Mi dispiace di non essere riuscita a proteggerlo fino in fondo. Ma ora non posso più tacere: non posso accettare che mio figlio passi per un delinquente. È un ragazzo buono e la nostra è una famiglia rispettabile, che lavora».
Il futuro e la speranza
La donna è preoccupata per il futuro: «In comunità mio figlio sta studiando e segue le regole, nel giro di pochi mesi potrebbe tornare a casa ma come farà a restare a Pavia? In una città che lo ha già condannato anche prima dei processi? Lui ha commesso degli errori, ma ha capito e deve riprendersi in mano il suo futuro». Il ragazzo sta seguendo in comunità la scuola per parrucchieri. «Gli piacerebbe lavorare nel settore – dice la madre –. Spero che ci riuscirà, anche con l’aiuto degli assistenti sociali di Milano e dei nostri avvocati, che ci stanno aiutando tantissimo. Quello che voglio dire a tutte le famiglie è di non sottovalutare i segnali che arrivano dai propri figli e di sostenerli. Come genitori abbiamo cercato di fare del nostro meglio».
Volontariato e buoni voti per un anno
Per i sei ragazzi di 15 e 16 anni accusati di avere fatto parte di una banda giovanile dedita alle rapine ai coetanei, è arrivata pochi giorni fa la decisione del tribunale dei minori, che ha accolto la richiesta di messa alla prova. In sostanza per i ragazzi si apre un periodo di osservazione, della durata di un anno, nel quale dovranno dimostrare di rigare dritti, avere buoni voti a scuola, dare un mano in oratorio e seguire le regole. Al termine del periodo di prova (se superato) il giudice darà atto dell’estinzione del reato: l’udienza è fissata per il 19 settembre 2024. Quattro giovani sono accusati di avere rapinato, per due volte, uno studente di 14 anni, accerchiandolo in piazza del Lino, in un caso, e nell’altro all’interno del centro commerciale Minerva, per rubargli, in entrambi i casi, la paghetta.
