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“Miserabili mille volte”, portaseccia, lanciafiamme, mezze pippe, wurstel a colazione: 10 anni di frasi iconiche di Vincenzo De Luca | Il videoblob

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“Chi non è con me è contro di me”. È scritto nel Vangelo secondo Luca, ma da oltre un decennio quella formula sembra vivere una seconda giovinezza nel Vangelo secondo De Luca, fatto non di parabole ma di frasi iconiche, magistralmente rimaneggiate e rilanciate da Maurizio Crozza. Il videoblob che ne ripercorre il decennio alla guida della Campania è una sorta di antologia orale del potere: non un semplice repertorio di invettive, ma il racconto di come un linguaggio diventi identità politica. Vincenzo De Luca ha costruito il proprio profilo pubblico attraverso una parola iperbolica, muscolare, spesso brutale, capace di oscillare tra cultura alta, trivio, catilinarie e lessemi campani. Da qui nasce il “deluchismo”: una miscela di causticità corrosiva, imperiosità pop e teatralità permanente.

Le frasi iconiche funzionano perché condensano un personaggio. “Sono un uomo di pace e perfino d’amore”, disse il 29 gennaio 2016 in Consiglio regionale all’ex esponente del M5s, Valeria Ciarambino (poi apostrofata come “chiattona” in uno sfogo con alcuni cronisti). Un motto che è suffragato dalla sua posizione pacifista contro il riarmo, la guerra in Ucraina e il genocidio a Gaza. E che convive senza imbarazzo con l’ammissione “sono la carogna di sempre”, frase declamata il 20 settembre 2021 durante l’inaugurazione di piazza Libertà, nella sua Salerno.
In realtà, più che incoerenza, è una strategia narrativa: la frase non serve a spiegare, ma a colpire e a diventare meme statico o dinamico. Non è un caso che, oltre alle dirette streaming dei suoi appuntamenti del venerdì su Facebook e su Youtube, i suoi social pullulino di reel estrapolati della diretta. E non è neppure una coincidenza che, dopo gli strali contro TikTok, De Luca abbia un profilo anche sulla piattaforma cinese. Il “deluchismo” è proprio questo: l’uso spregiudicato della parola come arma scenica, tra sarcasmo e giaculatoria, comicità e anatema.

Altro stilema della comunicazione deluchiana è il suo amore per le citazioni colte. Cervantes, Pavese, Montale li recita a memoria come un professore di liceo classico che non ha mai smesso di interrogare i suoi alunni. La cultura, per lui, non è ornamento ma legittimazione: le espressioni campane come “portaseccia” e “pipi” convivono con Cicerone, l’insulto con l’endecasillabo. Ne viene fuori una lingua spuria e potentissima, capace di passare dal cabaret alla requisitoria morale nello spazio di una frase.

Nel suo lessico gli avversari sono indispensabili. Il M5s diventa una miniera inesauribile di appellativi: Luigi Di Maio “chierichetto”, “sterminatore di congiuntivi” e “sfaccendato”, Roberto Fico “il moscio” dall’aria del “monaco trappista”, Alessandro Di Battista “il gallo cedrone”. Insieme formano un trio di “mezze pippe”, “miracolati” che “non sanno fare la O col bicchiere”, “falsi come Giuda” degni di roboante scomunica (eufemismo). Più che criticarli, De Luca li mette in scena, li riduce a maschere comiche, utili a rafforzare la propria centralità.
Neppure il Pd, casa madre mai davvero abitata, è risparmiato. Tra i dem, dice, “per fare carriera bisogna essere imbecilli”. La discussione sul terzo mandato diventa “una delle cose più demenziali mai viste”. Il partito è descritto come logoro, sordo, popolato da “anime morte”, da “cacicchi” come Antonio Misiani e da “fiori di freschezza” come Susanna Camusso.

Durante la pandemia il repertorio si arricchisce di frasi destinate a entrare nell’archivio nazionale: i “lanciafiamme” per le feste di laurea, i “vecchi cinghialoni” che vanno a correre, “la cura Singapore” coi nerbi di bue con cui frustare i trasgressori della quarantena e gli amanti della movida, i no vax ribattezzati “no pippe”. L’emergenza sanitaria offre a De Luca una folla di nemici pronti all’uso e la scena perfetta per il suo monologo settimanale: e così il governatore diventa il giustiziere, il Clint Eastwood di Gran Torino, il custode inflessibile della comunità.
Il catalogo delle contumelie include anche la destra: Matteo Salvini è “somaro geneticamente puro”, “Neanderthal”, uomo da “wurstel nel latte a colazione”; Giorgia Meloni oscilla tra “vispa Teresa”, “Marilyn Monroe” da manifesto e “sora Cecioni” sul territorio.

Questa grammatica politica deborda dallo schermo il 16 febbraio 2024, quando De Luca guida a Roma una manifestazione di sindaci del Sud contro l’autonomia differenziata e il blocco dei Fondi di sviluppo e coesione. Nessuna mediazione, toni durissimi, tensioni con le forze dell’ordine. Alla distanza, l’invito della premier a “mettersi a lavorare”; a stretto giro, la replica insultante, che riaccende la polemica nazionale.
Il videoblob, più che un pot-pourri di filippiche, è un ritratto linguistico: un leader che ha fatto dell’eccesso una cifra, dell’invettiva una tecnica, della parola un’arma di potere. Nel suo vangelo laico non c’è consenso senza scontro, né autorità senza un nemico da nominare.

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