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Ti ricordi… Daniel Amokachi, quando il mondo scoprì lo strapotere fisico del calcio africano

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Lo sguardo al solito severo di Tiv Amokachi si riempie di dolcezza, in quel capodanno del 1973, prendendo in braccio il piccolo Daniel, nato da pochi giorni. Tiv è un militare e vive a Kaduna, nord della Nigeria, la sua vita è stata dura e per i figli desidererebbe altro: sa che l’unico modo per garantirgli “l’altro” è farli studiare. Un college privato dunque, che però costa tanto, e allora Tiv Amokachi investe nel mattone: costruisce una sorta di residence privato a Kaduna, con 18 inquilini paganti, percependo gli affitti che finanzieranno l’educazione dei figli. Oltre al buon risultato economico però c’è anche un discreto casino, e infatti i primi ricordi di Daniel sono musicali: “Tra Bob Marley, i Boney M. il gospel e gli inni: noi africani amiamo molto la musica”, raccontava Daniel.

Ingegnere, medico, avvocato, sono i sogni del papà, ma Daniel quando è al Government College capisce che è più portato per il calcio. È strutturato, veloce e potente, perciò si guadagna quasi subito il soprannome de “Il toro”, e già a 16 anni è nei Ranchers Beers, una squadra locale di Kaduna. Lo nota Clemens Westerhof, belga e all’epoca ct della Nigeria che incurante del fatto che abbia solo 16 anni lo convoca in nazionale, portandolo anche in Coppa d’Africa nel 1990, con la Nigeria che arriva seconda, perdendo per uno a zero la finale contro l’Algeria, paese organizzatore. Ha solo diciassette anni quando passa al Bruges: i dirigenti raccontano che inizialmente sembrava più un atleta che un calciatore, visto che aveva potenza enorme ma movimenti più istintivi che tattici, mentre Daniel ricorda lo shock del freddo: “Correvo, correvo, ma non mi sentivo più le gambe”. Ne nasce qualche equivoco: Daniel tende a “imbalsamarsi” di vestiti quando deve scendere in campo, con lo staff del Bruges che deve convincerlo a togliere qualcosa per evitare impacci.

Al netto dell’adattamento difficile, Daniel resta indissolubilmente nella storia del club e anche del calcio europeo: nel 1992, anno del debutto della prima Champions League, il primo gol in assoluto della fase a gironi è il suo. Ovviamente è un perno importantissimo delle Super Eagles al mondiale del 1994, con la Nigeria che si classifica prima nel difficile girone con Argentina, Bulgaria e Grecia, anche grazie ai due gol messi a segno da Daniel contro Bulgaria e Grecia. Prestazioni che gli valgono il passaggio all’Everton per la cifra record di 3 milioni di sterline: anche qui l’inizio non è granché, ma non solo per sue responsabilità, con la squadra che in campionato arriva quindicesima. Ma a sorpresa i Toffees vincono l’Fa Cup, e in quel trionfo Daniel c’entra eccome: in semifinale c’è il Tottenham di Sheringham e Klinsmann e proprio il tedesco accorcia le distanze dopo che i toffees erano andati in vantaggio per due a zero. Un gol che galvanizza il Tottenham ovviamente, tantopiù che i blu devono anche rinunciare all’attaccante titolare Paul Rideout per infortunio.

A quel punto Amokachi ha un lampo di genio: va dall’assistente dell’allenatore Joe Royle e gli dice che il mister ha chiamato il cambio. È una bugia, ma evidentemente raccontata meglio rispetto a quel che farà West con Lippi anni dopo, e infatti l’assistente ci casca: entra Amokachi per Rideout. L’allenatore a quel punto è furioso, ma ormai Daniel è in campo… e fa pure una doppietta che manda l’Everton in finale. Royle negli spogliatoi lo abbraccia, ma lo avverte: “‘But you ever try that shit again and you’ll be finished’. Oggi il mister scherzando dice: “È il miglior cambio che abbia mai fatto in carriera”. Dopo Wembley, però, il calcio ricorda a Daniel Amokachi che la gloria non è mai una linea retta. L’Everton che vince la FA Cup non è la stessa squadra che costruisce il futuro: gli infortuni iniziano a bussare con insistenza, il ginocchio fa male, il fisico che per anni è stato un’arma diventa un confine. La Premier corre veloce, e Daniel — che non è mai stato un attaccante di cesello ma di esplosione — paga più di altri il logorio.

Nel 1996 accetta la Turchia e il Beşiktaş, dove ritrova centralità, rispetto e un calcio più adatto alla sua natura. Vince ancora, segna, trascina, diventa idolo anche a Istanbul, ma il corpo continua a presentare il conto. Al Mondiale del 1998 c’è, ma non è più il toro scatenato di quattro anni prima. La Nigeria esce agli ottavi contro la Danimarca, e quello sembra il segnale definitivo: il grande palcoscenico sta scivolando via. Negli ultimi anni da calciatore Amokachi gira, prova, resiste. Fallisce visite mediche, si ferma più volte, capisce che il talento può tutto, ma non può fermare il tempo. Si ritira in silenzio, senza annunci solenni, come fanno quelli che hanno dato molto e non sentono il bisogno di spiegarsi. Eppure Daniel Amokachi non se ne va mai davvero dal calcio. Resta. Allena, insegna, osserva. Torna in Nigeria per restituire qualcosa a quel Paese che lo aveva lanciato ragazzo. Diventa commissario tecnico ad interim delle Super Eagles, lavora con i giovani, ripete sempre la stessa frase: “Il talento non basta. Senza disciplina, non dura”. È la voce di Tiv che parla ancora.

Fuori dal campo Amokachi resta una figura curiosa: ex modello, vita cosmopolita, un jet privato venduto perché “la libertà non deve diventare una gabbia”. Profondamente religioso, convinto che il calcio sia stato solo il mezzo e non il fine. Quando racconta la sua carriera, non parla quasi mai dei gol più belli, ma delle persone incontrate e dei luoghi che lo hanno cambiato. Sul suo profilo WhatsApp infatti c’è una foto in bianco e nero di un uomo serio con un copricapo militare. Nel suo stato, un semplice messaggio: “Sarai sempre dentro di me”.

L'articolo Ti ricordi… Daniel Amokachi, quando il mondo scoprì lo strapotere fisico del calcio africano proviene da Il Fatto Quotidiano.















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