Washington fuori dagli accordi per il clima, l’esperta: “Grave, ma l’ordine internazionale non finisce con gli Usa”
“L’uscita degli Usa dall’Accordo di Parigi e dalla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici è un fatto molto grave e potrebbe portare a una retrocessione ulteriore della questione climatica nell’agenda internazionale, favorendo posizioni estreme di altri paesi, tuttavia dobbiamo ricordarci che l’ordine internazionale non finisce con gli Stati Uniti”. Giulia Giordano, direttrice Strategia Mediterraneo e Globale di Ecco, il think tank italiano sul clima, è preoccupata dalle scelte di Donald Trump sugli accordi climatici, ma sottolinea i potenziali margini di azione da parte degli altri paesi. E di nuovi accordi plurilaterali. “C’è già stata una Cop senza gli Stati Uniti e un G20 sudafricano che ha prodotto una dichiarazione molto ambiziosa dal punto di vista climatico, sempre senza gli Stati Uniti. Insomma, forse oggi è il momento di ripensare le forme e gli spazi della diplomazia climatica e del multilateralismo in generale, per renderle più efficaci”, sottolinea.
Gli Usa sono gli unici paesi, su 197, ad essere usciti dall’UNFCC e anche dall’IPCC, l’organo scientifico dell’Onu sul clima. Quali le conseguenze negative?
Vorrei sottolineare anzitutto che ancora l’uscita dall’UNFCC non è definitiva, perché ci sono dubbi che sia necessaria un’approvazione dal Congresso. Invece quella dall’IPCC è già operativa. Ovviamente si tratta di un segnale molto grave che non va assolutamente sottovalutato. Ma è un segnale che si allinea con una serie di altre scelte che Trump ha portato avanti negli ultimi anni, attraverso una politica estera basata su un forte rifiuto del multilateralismo, visto come un sistema di governance dominato da ideologie progressiste e che quindi va sconfitto. Trump privilegia accordi transnazionali, spesso raggiunti attraverso logiche di potenza: vedi la guerra dei dazi, le pressioni diplomatiche e commerciali oppure, come abbiamo di recente, interventi di militari.
In questo contesto che ruolo gioca l’energia?
Trump vede il sistema economico che gira attorno al petrolio e al gas, quindi all’economia fossile, come uno strumento della sua egemonia di potenza rispetto al resto del mondo, in particolare alla Cina. Cerca di imporre il suo modello anacronistico al resto del mondo, che però sta andando da un’altra parte. Insomma si stanno confrontando due modelli economici di sviluppo e di potere diversi: da una parte l’attuale amministrazione statunitense, con la cancellazione del sistema messo in piedi da Biden con l’Inflation Reduction Act, con il suo modello di petro-stato e l’ancoraggio a sistemi del passato; dall’altra invece un’economia del futuro, che è quella reale. In realtà, infatti si sta investendo sempre di più nell’innovazione tecnologica e nelle rinnovabili.
Quindi c’è spazio per rimediare ai danni?
Chiariamo: le conseguenze ci sono, nel senso che ci sarà, tra l’altro, un calo dei fondi destinati all’azione climatica che si aggiunge ad un calo degli aiuti allo sviluppo che gli Stati Uniti hanno portato avanti negli ultimi anni. Questo sicuramente è l’effetto immediato più importante; l’altra conseguenza probabilmente è più sul piano simbolico della narrazione, cioè l’attacco frontale al multilateralismo climatico, che indebolisce ancora di più la cooperazione internazionale sul clima. Se noi ci lamentiamo che il clima oggi occupa delle posizioni marginali rispetto all’agenda internazionale, ebbene lo sarà ancora di più. Ma ripeto quello che ho detto all’inizio: gli attori che prendono la questione climatica seriamente ci sono. C’è l’Europa, ci sono i paesi africani – che stanno dimostrando sempre più leadership sul clima, anche se da soli non possono andare avanti -, c’è ovviamente la Cina.
Tuttavia paesi come Brasile, India, Arabia Saudita potrebbero approfittare di questo clima per sfilarsi sul clima?
Che ci possa essere un effetto domino sul clima è possibile, come è possibile quindi che si rafforzino le posizioni dei paesi un po’ più anti-azione climatica, come l’Arabia Saudita, che tra l’altro ha presentato proprio di recente il suo Ndc (Contributo a livello nazionale) abbastanza ambiguo. Questo è un rischio effettivo, però, ribadisco, al momento sono soltanto gli Stati Uniti a essersi ritirati dalla Convenzione Quadro sul clima su 197 paesi. Inoltre, si stanno aprendo nuovi spazi, si parla di plurilateralismo per sostituirlo al multilateralismo, si parla anche di mini–multilateralismo. Insomma, accordi che hanno magari una dimensione geografica regionale, ma che possono veramente diciamo giocare un ruolo molto importante.
Quali, ad esempio?
Noi lavoriamo tanto sul Mediterraneo e pensiamo che una cooperazione nord-sud nel Mediterraneo possa essere “iconica”, in questo momento di debolezza del multilateralismo. Si possono portare avanti anche alleanze settoriali e selettive privilegiando dei partenariati volti a lavorare su specifici settori. Bisogna capire in che modo l’Europa può lavorare con la Cina, che è avanti anni luce dal punto di vista della tecnologia verde, della decarbonizzazione e dell’elettrificazione del sistema, anche se è ancora molto prudente sulle posizioni pubbliche sulla diplomazia climatica. Occorre lavorare insieme su una cooperazione selettiva in cui c’è un “win win”, un vantaggio per entrambe le parti.
Questa dovrebbe essere la posizione anche dell’Europa con il resto del mondo?
Sì, andare a trovare modalità per trasformare dipendenze in interdipendenze, quindi relazionarsi con le economie emergenti con le altre potenze, in modo tale da preservare la cooperazione internazionale.
Tuttavia, sulla Cina né l’Europa, né tantomeno l’Italia sovranista sembrano avere le idee chiare.
Sicuramente, infatti il primo passo è fare chiarezza tra le tante posizioni a livello europeo, che sono molto diverse e tra i tanti interessi; bisogna trovare delle posizioni comuni su cosa si vuole dal resto del mondo. In questo momento l’Europa è indietro, però continua comunque ad essere una grande potenza economica, con un grande potenziale diplomatico e commerciale: deve giocarsi bene le sue le sue carte, quindi anche questo frangente potrebbe essere un test importante di ripresa della leadership. D’altronde la transizione energetica ormai è in moto, è irreversibile, è l’economia del futuro. Non vederlo e restare ancorati a modelli del passato è insensato ed è controproducente, bisogna invece pensare a come restare competitivi e farlo insieme agli altri. Tra l’altro vorrei aggiungere che quelli che perderanno di più dall’uscita dagli accordi climatici saranno gli Stati Uniti e i cittadini statunitensi: restare fuori dalla governance climatica non è banale.
Se ritornassero i democratici la situazione cambierebbe? Oppure ormai degli Stati Uniti non ci si può fidare?
Si potrà sicuramente ricostruire la fiducia, comunque l’ordine internazionale è flessibile. Ovviamente ci sono cambiamenti che sono irreversibili, il multilateralismo come lo conoscevamo prima sta cambiando. Dobbiamo prenderne atto e probabilmente creare nuovi spazi. Certamente bisognerà anche vedere come sarà il mondo dopo Trump, ci saranno delle ferite pesanti, ma sul recupero del rapporto con gli Usa in caso di un cambio di amministrazione non sarei in alcun modo pessimista.
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