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L’America che non mangia, mastica: Willy Vlautin e Ron Rash

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C’è un’America che non brilla, che non twitta e che non vota nelle convention patinate. È l’America che puzza di fieno bagnato, di gasolio agricolo e di solitudine. Willy Vlautin è il suo profeta laico, e con La ballata di Charley Thompson (traduzione di Fabio Genovesi; Jimenez Edizioni), ci consegna un romanzo di formazione che è, in realtà, un’odissea di de-formazione, un viaggio verso il nucleo nudo dell’esistenza.

Come già accadeva in Motel Life, Verso nord o nel climaticamente gelido Il cavallo, Vlautin costruisce una narrazione fatta di sequenze ipnotiche, dove il tempo è scandito da gesti minimi. C’è una devozione quasi simbolica nei confronti del cibo in scatola: aprire una latta di fagioli o di zuppa Campbell non è solo nutrirsi, è l’ultimo rito di resistenza contro il nulla. È il commercialismo che si fa eucarestia per chi non ha una tavola imbandita; l’azione ripetitiva, il consumo di brand dozzinali, diventa l’unica ancora di salvezza in un mondo che ti vuole invisibile.

Charley Thompson, quindici anni e il cuore già gravato da troppe partenze, attraversa un West che non ha nulla di epico in compagnia di un cavallo zoppo. Incontra personaggi memorabili nella loro mediocrità tragica: addestratori di cavalli falliti, sognatori da bar e anime perse che popolano un’America marginale ma geograficamente gigantesca. È un romanzo di una bellezza straziante, dove la polvere dei circuiti ippici di periferia si incolla alla pelle del lettore. Vlautin non giudica, osserva. E in quell’osservazione c’è tutto l’amore per un’umanità che cade, si rialza e continua a camminare, anche se non sa bene verso dove.

Se Vlautin è il sussurro degli sconfitti, Ron Rash con Serena (Traduzione di Valentina Daniele; La Nuova Frontiera), è il grido d’aquila dei predatori. Spostiamoci sulle montagne della Carolina del Nord, anni della Grande Depressione. Qui, Rash mette in scena una tragedia shakespeariana trapiantata tra i boschi di conifere.

Pemberton, un magnate del legname, torna dalle terre selvagge con una sposa, Serena. Non è una donna, è una forza della natura, un’ombra lunga che cala sulla valle. Serena cavalca un’aquila addestrata, non teme il sangue e possiede una visione spietata del progresso: abbattere ogni albero, annientare ogni oppositore. La protagonista, Serena, è uno dei personaggi femminili più feroci e affascinanti della letteratura contemporanea. È priva di morale convenzionale, mossa solo da una volontà di potenza che rasenta la follia.

Rash scrive con una precisione chirurgica. La natura non è uno sfondo, è un personaggio vivo, brutale e indifferente ai destini umani. Il libro è un duello continuo tra l’ambizione umana e la resistenza della terra, tra la modernità predatoria e il misticismo rurale delle comunità montane.

Mentre Vlautin ci fa piangere per un cavallo zoppo, Rash ci gela il sangue con il fruscio delle ali di un rapace. Due facce della stessa medaglia: la grande letteratura americana che non smette di scavare nelle ferite di una nazione nata nel sangue e cresciuta nella speranza, tradita giorno dopo giorno da coloro i quali l’hanno mitizzata.

L'articolo L’America che non mangia, mastica: Willy Vlautin e Ron Rash proviene da Il Fatto Quotidiano.















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