Dal processo per omicidio si apre una finestra sull’Islam
Salassa
Una brusca frenata sui tempi dell'iter giudiziario ma anche una finestra aperta sul mondo dell'Islam. Questa in sintesi di quattro ore di audizione per il processo dell'omicidio di Salassa. Sul banco degli imputati, davanti alla Corte d’assise del tribunale di Ivrea, siedono Nourddine Lakhrouti, 46 anni, fratello della vittima, difeso dagli avvocati Ferdinando e Fiorenza Ferrero; Abdelrhani Lakhrouti, 53 anni, zio di Khalid e imam, assistito dal legale Enrico Calabrese; Sara Kharmiz, 35 anni, ex moglie del 43enne, difesa dall’avvocata Valeria Ceddia. È per loro che si celebra il processo per concorso in omicidio sulla morte di Khalid Lakhrouti, deceduto il 10 febbraio 2024 in un’abitazione di Salassa durante quello che, secondo l’accusa, fu un rito di esorcismo.
i simboli del male
A presiedere la Corte è la giudice Stefania Cugge, con a latere la magistrata Antonella Pelliccia. L’accusa è rappresentata dalla pm Giulia Nicodemi. Ed è dentro questa cornice giudiziaria, tutt’altro che astratta, che l’udienza di oggi ha imboccato una strada inedita: non la dinamica della morte, non le perizie medico-legali, non le intercettazioni, ma il mondo simbolico, culturale e religioso in cui quella vicenda è maturata.
l’iman non è un prete
Le difese hanno portato in aula uno dei maggiori esperti europei di islamismo, l’accademico Gabriele Iungo. Non un testimone dei fatti, ma un “traduttore” chiamato a spiegare cosa sia, e cosa non sia, ciò che in questi mesi è stato definito esorcismo islamico. Per oltre quattro ore ha risposto alle domande degli avvocati e del pubblico ministero, offrendo un quadro lucido, scandito da concetti netti e da qualche garbata battuta per alleggerire un’aula che resta pur sempre quella di un processo per omicidio. Iungo ha chiarito innanzitutto la figura dell’imam, spiegando come nell’Islam non esista un clero strutturato come nella tradizione cattolica: l’imam è una guida spirituale, non il frutto di un’ordinazione sacramentale, ma di studio, autorevolezza, riconoscimento comunitario. Da lì si è aperto il capitolo più delicato: quello dei jinn. Non “demoni” nel senso occidentale del termine, ma entità spirituali che l’esperto ha avvicinato «ai fantasmi o agli spiriti» del nostro immaginario. Jinn buoni, «che ispirano amore e allegria», e jinn cattivi, «che spingono verso sciagure e violenze».
Figure presenti nella tradizione islamica e nella letteratura, dalle Mille e una notte alla Lampada di Aladino. Ma su un punto Iungo è stato altrettanto chiaro: queste credenze sono oggi soprattutto radicate «nelle popolazioni meno alfabetizzate», mentre molti fedeli musulmani non vi attribuiscono alcun valore reale. Ed è proprio qui che la lezione universitaria si è saldata, senza mai dirlo apertamente, con la stanza di Salassa. «Perché quando si parla di esorcismi - ha spiegato l’esperto - occorre distinguere». Esistono pratiche spirituali legate alla preghiera, ma nella stragrande maggioranza dei casi in cui emergono crisi violente, agitazione, comportamenti fuori controllo, ci si trova davanti a patologie psichiatriche: depressioni, disturbi psicologici, quadri schizofrenici, spesso aggravati dall’uso di alcol o sostanze stupefacenti.
«È necessario avere un quadro chiaro», ha detto. E in quell’aula, inevitabilmente, quel quadro ha assunto il volto di Khalid Lakhrouti.
Chi pratica riti di questo tipo, ha proseguito Iungo, «deve avere una preparazione specifica, perché se la violenza non è mai contemplata, la reazione del soggetto che si ritiene “posseduto” può generare situazioni incontrollabili».
Per rendere l’idea ha scelto un esempio che ha colpito l’aula: la circoncisione è una pratica religiosa e igienica, ma se viene eseguita da mani inesperte può uccidere. È successo, ha ricordato, anche a Torino. Sono morti due bambini. Non è il gesto in sé, ma l’impreparazione, a renderlo potenzialmente letale.
preghiere e non formule magiche
Altro snodo centrale, quello delle preghiere. «Prima di entrare qui ho pregato per avere calma e temperanza», ha spiegato. «Si prega per la salute, per la serenità. Non sono formule magiche. Sono versetti del Corano beneauguranti».
Un passaggio che ha ridimensionato radicalmente l’immaginario cinematografico dell’esorcismo, senza per questo alleggerire il peso di ciò che è accaduto. Nel corso dell’audizione è arrivato anche un chiarimento sui rapporti familiari: il divorzio, nell’Islam, è legalmente e spiritualmente ammesso. «È l’unica cosa lecita che dispiace a Dio», ha concluso, strappando un sorriso in un’aula rimasta per ore sospesa tra tensione e ascolto.
Mentre si parlava di spiriti, preghiere, superstizione e patologia, il processo ha però subito una brusca frenata. La Corte ha bacchettato i periti incaricati delle trascrizioni delle intercettazioni telefoniche e ambientali per il mancato rispetto dei tempi. Un ritardo pesante, che allunga l’iter dibattimentale: la sentenza, attesa in primavera, slitta ora all’autunno. Si parla di ottobre. Con una incognita: la pm Giulia Nicodemi sarà in maternità e non è escluso che la fase conclusiva possa svolgersi con un pubblico ministero diverso. Alla magistrata sono andati gli auguri dell’intera Corte. Il processo, dunque, rallenta. E si prende il tempo di interrogarsi non solo su ciò che è accaduto, ma sul mondo in cui è accaduto. Resta sullo sfondo di ogni spiegazione, il cuore drammatico della vicenda: un uomo morto soffocato, mentre intorno a lui si tentava, secondo alcuni, di scacciare un male invisibile. Ed è lì che, prima o poi, il dibattimento dovrà tornare.
