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È Andrea Iervolino il capro espiatorio degli scandali sul tax credit cine-televisivo?

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Il sistema mediale italiano sta vivendo una brutta fase: la vicenda della cessione delle maggiori testate giornalistiche del Gruppo Gedi (la Repubblica in primis) al gruppo greco Antenna della famiglia Kyriakou (nel cui capitale c’è al 30 % anche Mbc Group, il principale broadcaster del Medio Oriente) conferma quanto ormai la stampa quotidiana non sia ritenuta – da gruppi finanziari e industriali come Exor (controllato dalla famiglia Agnelli) – granché rilevante, nel nuovo ecosistema della comunicazione, ormai dominato da TikTok e piattaforme analoghe… E che dire delle nuove notizie relative all’uso ed abuso dello strumento del “tax credit” a favore del cinema e della fiction televisiva, mentre è iniziato a Montecitorio l’iter per una ipotetica nuova legge di settore?!

Grande effervescenza e grande confusione, ma al tempo stesso grande assenza di vera “politica culturale” (e mediale).

In questo scenario, emerge come emblematica la figura controversa del giovane produttore italo-canadese Andrea Iervolino, che spazia dal cinema all’editoria: ha sottoposto a Gedi una proposta di acquisto per il quotidiano La Stampa (che non interessa il gruppo greco Antenna), con un’offerta di 22,5 milioni di euro, confermando l’intenzione di entrare in modo deciso nel business della stampa, nel quale sta per affacciarsi anche attraverso un nuovo quotidiano affidato alla direzione di Rocco Casalino, il cui lancio in edicola era previsto per metà gennaio, ma slitta di qualche settimana…

Martedì 13 gennaio Andrea Iervolino ha ricevuto un’altra brutta sorpresa: il Direttore Generale del Cinema e Audiovisivo del Ministero della Cultura Giorgio Carlo Brugnoni ha firmato un decreto che esclude la Sipario Movies spa dai contributi del Mic per 5 anni (cinque), invocando la norma secondo la quale, in caso di “dichiarazioni mendaci” in sede di richiesta del credito di imposta, la società viene esclusa dai contributi pubblici per cinque anni.

Si tratta di una vicenda intricata che si trascina da quasi due anni. A fine aprile 2024 il Ministero della Cultura ha chiesto a Iervolino documenti su 38 produzioni tra il 2018 e il 2022, ed in quei mesi scoppiava una guerra interna alla società, con un furente scontro tra Iervolino e la sua allora socia Monika Bacardi nella Iervolino Lady Bacardi Entertainment (Ilbe), poi divenuta Sipario… Il 14 luglio 2025 il caso esplode: la Guardia di Finanza invia al pm romano Antonino Di Maio una informativa su Ilbe/Sipario e nelle stesse ore l’allora Direttore Generale Cinema del Mic, Nicola Borrelli, dimissionario, firma la revoca di 66 milioni di euro di “tax credit” a Sipario. E sempre lo stesso giorno la Sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni annunciava la mossa del Mic a mo’ di azione esemplare. Come scrivevano allora Nicola Borzi e Thomas Mackinson su il Fatto: “una tempistica che tradisce la logica politica: mostrarsi inflessibili dopo il caso di Francis Kaufmann, il killer di villa Pamphili che ha ricevuto 860mila euro di tax credit per film mai prodotti, usando Iervolino come capro espiatorio”…

A distanza di mesi, il Ministero continua a mantenere congelati i crediti di Iervolino, anche se, allo stato attuale dei fatti, sono soltanto in corso delle indagini, non esiste certo alcuna condanna, ma soltanto una contestazione dell’Agenzia delle Entrate nell’ordine di 744mila euro, ovvero una somma ben lontana da quei 66 milioni di euro della revoca integrale. Il Ministero ha invece deciso di rinnovare il blocco di tutti i crediti di Iervolino. Presunzione di innocenza? Bye bye. Certezza del diritto? Addio. Resta senza risposta anche l’interrogazione parlamentare Atto Camera A.C. n. 4/06603 di Alfredo Antoniozzi (Fratelli d’Italia).

In verità, secondo alcuni analisti Andrea Iervolino è di fatto divenuto il “capro espiatorio” dei non pochi produttori che hanno approfittato della gestione del “tax credit” non adeguatamente sottoposta a controlli: organizzando una grancassa su Iervolino, l’attenzione mediatica non è andata a verificare tante altre anomalie, a cominciare da quanto abbiano beneficiato del “tax credit” molte società di produzione controllate da multinazionali straniere, in primis la Fremantle del gruppo tedesco-lussemburghese Rtl ovvero Bertelsmann… In sostanza, il “caso Iervolino” ha consentito di alzare una cortina fumogena sulle tante magagne del credito d’imposta, sulle quali sta peraltro indagando la Procura di Roma attraverso più indagini.

La domanda che sorge spontanea è: perché soltanto Iervolino è stato “attenzionato”? E come commentare alcune notizie degli ultimi giorni: è stato il quotidiano La Verità (diretto da Maurizio Belpietro) ad aver acceso i riflettori su anomalie come gli 800mila euro di credito d’imposta concessi dal Mic per la produzione della serie tv Netflix “Io sono notizia” sul “giornalista” (pregiudicato) Fabrizio Corona? E sono stato io a porre per primo – su questo blog – il quesito se ha un senso (di politica culturale) la concessione di ben 8 milioni di euro di “tax credit” al film di Checco Zalone, “Buen Camino”.

La questione di fondo resta il deficit di un (buon) governo della “politica culturale” italiana: alle carenze di adeguati controlli amministrativi nelle procedure ministeriali, si associa la totale assenza di valutazioni di impatto (culturali e socio-economiche), che consentano di comprendere i risultati dell’intervento dello Stato… Martedì 13 in Commissione VII della Camera (presieduta da Federico Mollicone, FdI) è iniziato l’iter per una prospettata nuova legge sul cinema e l’audiovisivo: ad essere audite per prime – non a caso – le lobby grandi e piccole della produzione (Anica, Apa, Cna, Agici, Itaca…), ognuna delle quali ha implorato che lo Stato non riduca il proprio intervento.

Nessuno ha avuto il coraggio di chiedere (pretendere) analisi e studi e valutazioni… perché, se questa strumentazione tecnica venisse finalmente attivata, si andrebbero a scoprire tanti altarini e tante (altre) magagne, nella gestione di quei 700 milioni di euro di danari pubblici che lo Stato ha messo a disposizione nel 2025, pur ridotti a 610 milioni per l’anno 2026. Il problema vero non è il “quantum” dell’intervento dello Stato nel settore, ma il “come”.

L'articolo È Andrea Iervolino il capro espiatorio degli scandali sul tax credit cine-televisivo? proviene da Il Fatto Quotidiano.















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