“Venezuela, in carcere ci sono ancora mille detenuti. Duecento i desaparecidos”: l’allarme delle ong
I conti non tornano: la presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez ha annunciato la scarcerazione di 406 prigionieri politici ma Ong come Foro Penal e altre fonti indipendenti registrano appena 167 scarcerazioni nel corso del 2026, inclusi gli italiani Alberto Trentini e Mario Burlò. Il rilascio più recente: Rafael Tudares, genero dell’ex-candidato presidenziale Edmundo González Urrutia. “È stata una lotta dura, lunga più di un anno”, dice la moglie, Mariana González, chiedendo “piena libertà” per suo marito. Tudares è quindi scarcerato, ma non libero: deve “astenersi di rilasciare dichiarazioni sui media o commenti sui Social”, si legge nell’ordine di scarcerazione. Era sicuramente il caso di Alberto Trentini, che è stato comunque messo a rischio con il video inviato dalla Farnesina al Tg1.
Le persone scarcerate in Venezuela sono costrette a tacere. Caracas non ha reso noto alcun elenco che attesti le scarcerazioni, le Ong invece sì. Nel frattempo spuntano nuovi nomi di detenuti: ne rimanevano 777, secondo stime ufficiali, ma in realtà sono oltre un migliaio. L’elenco aggiornato è stato presentato al segretario di Stato Usa Marco Rubio, incaricato di gestire le scarcerazioni a Caracas, dal Casla Institute. “Dopo l’avvio delle scarcerazioni abbiamo ricevuto trecento nuove segnalazioni: ne abbiamo confermato cento. Molte famiglie non hanno denunciato la prigionia dei loro cari per paura e perché minacciate dalle autorità e dalle guardie”, assicura l’avvocato Alfredo Romero, fondatore di Foro Penal. Tra i casi rimasti nell’ombra, quello degli sposi Patrick Zamora, 42 anni, e María Dalis, 50 anni, portati via senza mandato di cattura e lontani da un giusto processo. “Mi era stato detto che denunciare la loro prigionia avrebbe complicato le cose”, ammette la loro figlia, Julianny Flores, 25 anni, che ha scelto di rompere il silenzio. Ma potrebbe essere tardi. I riflettori sono già altrove, come anche l’attenzione dell’amministrazione Usa, indirizzata alla Groenlandia. “Ne hanno liberati molti. Usciranno praticamente tutti”, ha assicurato Donald Trump, interpellato a dal giornalista spagnolo David Alandete. Il dossier è stato portato anche presso l’Organizzazione degli Stati americani, dove l’ambasciatore Usa, Leandro Rizzuto, ha chiesto “il rilascio incondizionato di tutti i prigionieri ingiustamente trattenuti”, confermando la stima di “circa mille persone” ancora in cella.
Non è chiaro il numero degli italiani in cella, che secondo la Farnesina sono 24, tra cui Daniel Echenagucia, che rischia l’oblio a El Rodeo I. Ma in verità i prigionieri politici sono passati in secondo piano: l’attenzione Usa è tutta concentrata sui giacimenti di petrolio e sulla riforma della “Ley organica de Hidrocarburos”, approvata giovedì sera dall’Assemblea nazionale.
Preoccupano anche le sorti dei desaparecidos: 201 prigionieri di cui si sono perse le tracce. Tra questi c’è l’italo-venezuelano 60enne Hugo Marino i cui familiari chiedono “verità e giustizia”. È sparito da quasi sei anni, nell’aprile 2019, dopo essere stato arrestato dagli agenti del Controspionaggio militare all’aeroporto di Maiquetía. “Da allora nessuna notizia: noi però abbiamo diritto a sapere dov’è finito, se è vivo o morto. Ma nessuno ci aiuta, men che meno l’Italia”, spiega la mamma, Beatriz Marino, a Ilfatto.it.
I familiari restano vigili, davanti alle carceri, in una vigilia lunga quindici giorni, retta a suon di caffè e sigarette. Pregano, protestano e dormono davanti a El Rodeo I, l’Helicoide, Boleíta e altri centri di detenzione. “Qui non c’è nessuno”, dicono i carcerieri alle madri che chiedono conto dei loro figli. Resta grave la situazione presso il Centro detentivo di Boleíta, zona 7 della Polizia nazionale bolivariana, dove Trentini è stato recluso nei primi giorni. “Non ci lasciano portare del cibo, né vestiti, né medicine. Ci dicono che non è qui. Viviamo in angoscia”, racconta Yaxzodara Lozada, moglie di Joel Bravo, funzionario di Pnb, ex-funzionario di polizia, detenuto mentre si recava a lavoro.
Nell’attesa sono già morti due prigionieri, sotto custodia: Edison Torres, ex-poliziotto, 52enne, deceduto il 12 gennaio, e José Gregorio Hernández Polo, 59 anni, colpito da un infarto pochi giorni fa. “Dopo la morte di Hernández non abbiamo più dormito, immaginando le condizioni detentive di chi rimane lì dentro”. I familiari pernottano in tenda, sotto lo sguardo vigile degli agenti, in tenuta antisommossa. Sulle loro divise la bandiera del decreto di “Guerra a muerte”, siglato da Simón Bolivar (1813). Avvistate anche nuove camere di videosorveglianza, che puntano dritto nelle tende: “Cosa altro vogliono, sorvegliarci mentre facciamo le nostre necessità?”, si chiede una delle madri. Li accompagnano attivisti sociali, sindacalisti e studenti, che scendono in piazza insieme a loro. È dall’estate 2024 che nessuno manifestava più. “Loro ci hanno tolto tutto, persino la paura”, è ora lo slogan del Comité para la libertad de los presos políticos.
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