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Da Pio XII a Papa Francesco: la Chiesa di fronte alla guerra scissa tra pacifismo e responsabilità

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Il 27 agosto 1939, a pochi giorni dall’invasione della Polonia, Papa Pio XII rivolse un appello equanime alla pace, invitando tutte le parti a evitare la guerra. Quell’intervento, animato da un’intenzione pacificatrice, fu tuttavia percepito da molti come una profonda ingiustizia morale: mettere sullo stesso piano l’aggressore e l’aggredito apparve una forma di neutralità che, nei fatti, favoriva il più forte.

Da allora la Chiesa cattolica ha interiorizzato una lezione decisiva: distinguere tra aggressore e vittima non è un dettaglio politico, ma un imperativo morale. È anche per questo che, nel conflitto russo-ucraino, la Santa Sede ha evitato l’equidistanza del 1939, riconoscendo subito — pur con la prudenza propria della diplomazia — la responsabilità primaria dell’aggressione. E tuttavia questa distinzione, da sola, non è bastata a generare una posizione unitaria tempestiva e incisiva. Gli angelus papali del marzo 2022 citano le sofferenze dei civili, mentre restano sullo sfondo i soldati, ucraini e russi, che forse più di altri avevano bisogno di una guida morale.

Il cortocircuito è emerso con particolare chiarezza il 24 marzo 2022, quando Papa Francesco definì “una pazzia” e “una vergogna” l’obiettivo europeo di portare la spesa militare al 2 per cento del Pil. A stretto giro, numerosi leader europei cattolici ribadirono pubblicamente quell’impegno. Non si trattò di un dissenso marginale. La frattura interna al cattolicesimo è riemersa con la critica alla ‘deterrenza’ della Cei (Nota pastorale, 5-12-2025) e del Papa (18-12-2025).

In questo contesto, la domanda decisiva diventa: chi parla oggi, e come, nella Chiesa, quando si affronta il tema della guerra? Il clero e l’episcopato, nella loro funzione pastorale, oppure (anche) il laicato, chiamato dal Concilio ad assumersi la responsabilità delle realtà temporali?

Purezza e responsabilità

Qui emerge una tensione morale profonda. Da un lato vi è una visione pacifista che rifiuta ogni forma di armamento; dall’altro, una prospettiva che riconosce il diritto alla difesa dell’aggredito. Le due posizioni rispondono a logiche morali differenti e difficilmente conciliabili.

Il pacifismo radicale si richiama al comandamento «non uccidere», inteso come imperativo assoluto. È una morale della purezza, che mira a preservare l’integrità dell’intenzione, anche a costo delle conseguenze. Ma la Scrittura stessa mette in guardia contro una misericordia disgiunta dalla giustizia. Nel primo libro di Samuele, il re Saul risparmia ciò che avrebbe dovuto distruggere, invocando una falsa compassione: un gesto che interrompe la giustizia e produce disobbedienza. La misericordia, quando è separata dall’ordine giusto, può diventare complice del male.

Il comandamento lo tirtsach non è formulato come un presente assoluto, ma come un futuro: «non ucciderai» (meglio: «non commetterai omicidio»). Esso indica l’orizzonte escatologico del Regno dei cieli, non la sospensione della storia. Nel Regno, la pace sarà fondata sulla giustizia compiuta e sul disarmo; nel tempo presente, il male esiste e agisce. Fingere che non esista, o lasciargli campo libero, non è neutralità morale, ma omissione.

Sant’Agostino ha espresso con chiarezza questo legame parlando di tranquillitas ordinis: la pace non è semplice assenza di violenza, ma ordine giusto. Dove la giustizia viene negata con la forza, la pace non può essere custodita senza una responsabilità attiva.

La pace possibile e l’argomento a contrario

Il Concilio Vaticano II ha raccolto questa eredità con un realismo che resta, ancora oggi, difficilmente eludibile. Nella Gaudium et Spes la Chiesa condanna la guerra di aggressione e l’uso indiscriminato della forza, ma non abbraccia il pacifismo assoluto. Finché manca un’autorità internazionale efficace, il diritto alla legittima difesa degli Stati non può essere negato.

Qui emerge un argomento a contrario che merita attenzione. Chiedere il disarmo di uno Stato significa, nei fatti, chiedergli di rinunciare al monopolio legittimo della forza. Ma uno Stato che rinuncia a tale funzione essenziale produce un vuoto di potere che viene storicamente riempito dal più forte, con il collasso dell’ordine politico e della tutela del bene comune. Né il Vangelo né Cristo hanno mai predicato il crollo dello Stato, ma la sua conversione alla giustizia.

In questa prospettiva si inserisce il pensiero personalista di Emmanuel Mounier, che ebbe un’influenza significativa sul clima culturale del Vaticano II. Per Mounier, la pace non è evasione dalla storia, ma responsabilità incarnata: una pace che non serve la giustizia non è pace cristiana, ma quietismo morale.

San Tommaso e la responsabilità tragica

La tradizione cattolica più solida in materia è quella della responsabilità tragica, rappresentata da san Tommaso d’Aquino. Al centro vi è il principio del male minore: in un mondo ferito, non sempre è possibile scegliere il bene assoluto; talvolta si è costretti a scegliere ciò che riduce il male complessivo. Rifiutare questa scelta non significa essere più morali, ma lasciare che il male maggiore prevalga.

Applicato al nostro tempo, il dilemma è drammatico ma chiaro: armare un aggredito è un male; abbandonare lui e l’ordine mondiale ad aggressori genocidi può essere peggio. La morale cristiana adulta non promette soluzioni ‘pure’, ma chiede responsabilità.

La pace di Cristo non è la mera assenza di combattimenti, ma una pace ordinata alla giustizia e al suo servizio. Confondere la profezia del Regno con la gestione del tempo storico significa trasformare la speranza cristiana in una fuga morale. La Chiesa, se vuole essere davvero un faro, è chiamata non a ritirarsi dalla tragicità della storia, ma a illuminarla, ricordando che la pace nasce dalla giustizia, dalla responsabilità e, talvolta, dalla forza usata per fermare il male.

L'articolo Da Pio XII a Papa Francesco: la Chiesa di fronte alla guerra scissa tra pacifismo e responsabilità proviene da Il Fatto Quotidiano.















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