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Toga non mangia toga: ecco perché i magistrati non pagano mai

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E’ il suggello di solenni insediamenti e pompose celebrazioni: «Non nobis solum nati sumus». Ovverosia: i magistrati non sarebbero nati solo per loro stessi. A dispetto delle eroiche ambizioni, la frase di Cicerone che meglio identifica la categoria è però un’altra: «Gli uomini della stessa professione non sono soliti essere severi tra loro». Nessuno lo sa meglio di giudici e pubblici ministeri. Cane non mangia cane. Anzi: toga non mangia toga. Carlo Nordio, in una recente intervista a Panorama, l’ha definita «giustizia domestica». I supposti illeciti vengono valutati dal Csm. «Se finisci davanti alla disciplinare, il tuo capo corrente si accorderà per salvarti», assicura il ministro della Giustizia. La riforma della discordia prevede di trasferire questa funzione a un’Alta corte: sarebbe composta da nove magistrati estratti e sei laici, tra cui il presidente. Non a caso, è uno dei punti più avversati. Per il referendum si vota il 22 e il 23 marzo 2026. E la battaglia per il nuovo tribunale supremo s’annuncia epica. Eppure, era già previsto nella Bicamerale voluta da Massimo D’Alema, quasi trent’anni fa.

Numeri che parlano da soli
I dati sono eloquenti. L’aneddotica si spreca. I magistrati non pagano quasi mai per i loro errori. E le rarissime volte in cui capita, le sanzioni non sembrano certo esemplari. Nel 2024 ci sono state 1.715 segnalazioni. Il 95 per cento è finito nel nulla. Per il risicato resto, hanno proceduto con straordinaria accortezza. Novanta sentenze in un anno: trentotto archiviazioni, ventotto assoluzioni, ventiquattro condanne. E le sporadiche pene si limitano quasi sempre a censure, «dichiarazioni formali di biasimo», o perdite d’anzianità, solitamente di qualche mese.

Lentezze, favoritismi, erroracci
Le accuse della procura generale e del ministero non sono bagatelle, però. Gli ultimi provvedimenti pubblicati dal Csm lo dimostrano. E sono le decisioni più simboliche. Dovrebbero dare lustro alla disciplinare, a conferma di supposta imparzialità. Invece, finiscono per avvalorare l’assioma: toga non mangia toga, appunto. Lentezze, favoritismi, erroracci. A cominciare dal girone dei poco solerti. I malcapitati poveri cristi dicono che la giustizia ha tempi biblici? Il Consiglio superiore ci tiene a dimostrare che nulla rimarrà impunito. Si parte allora dal giudice che deposita 126 sentenze, con lentezza tripla rispetto a quanto previsto dalla legge: «In violazione dei doveri di diligenza e laboriosità, compiva con reiterato, grave e ingiustificato ritardo gli atti relativi alla propria funzione». Dunque? Basta una censura. Un dilettante, rispetto all’intrepido giudice del lavoro: in soli tre anni, 250 provvedimenti con rinvii «sistematici», fino all’assoluto primato di 655 giorni. Ed è pure una vecchia conoscenza: già punito nel 2011 e nel 2015, per aver accumulato centinaia di posticipi e omissioni. La disciplinare, stavolta, sembra schiumare: «Un percorso professionale ripetutamente caratterizzato da analoghe e significative deficienze organizzative», bacchetta. Quel giudice lede «l’immagine pubblica e il prestigio di cui il magistrato deve godere». Condanna memorabile, quindi? Macché. Solita censurina. Del resto, è la stessa punizione riservata al collega che non trasmette 350 sentenze: «In un tempo superiore al quadruplo del termine».

Il catalogo dei casi simbolo
Nutrito anche il catalogo dei supposti favoritismi. Talvolta nascono da filoni minori dello scandalo Palamara, poi diventato grande accusatore: proprio in questi giorni esce il nuovo libro-intervista con Alessandro Sallusti, Il Sistema colpisce ancora (ne parla lo stesso Sallusti nella sua rubrica a pagina 17). Qualcuno è finito davanti al tribunale interno, per poi venire assolto con formula piena. Al massimo, vedi il caso di un procuratore, s’è trattato di conversazioni tra amici. «Prassi associative non commendevoli», certo. Niente di grave, comunque. O l’ex consigliere del Csm che sponsorizza le nomine dei colleghi. La corrente avversa, spiega in una chat, «sta facendo man bassa… non possiamo perdere». Quell’altro è «il candidato ideale, che ci ha sempre sostenuto e che quindi caldeggiamo davvero». Lui non si esime: «Scusa il pressing» digita. La disciplinare, certo, non approva. Biasima «la grave scorrettezza nei confronti degli altri magistrati che concorrevano con i candidati segnalati per i posti direttivi e semidirettivi». Poco importa. Un’altra assoluzione pienissima: «Scarsa rilevanza del fatto», recita l’articolo 3-bis. È il più citato.

Dall’inerzia agli eccessi
Anche nel caso della pm che dimentica di aprire un fascicolo su due colleghi. Uno è giudice onorario. L’altro è presidente di tribunale: avrebbe favorito la suocera, accusata di falsificare un documento sulla proprietà di un costosissimo immobile. Vengono ipotizzati vari reati: falso, abuso d’ufficio, corruzione e concussione. Invece, il magistrato non li iscrive nemmeno nel registro degli indagati e ritarda di anni la trasmissione del fascicolo alla procura. Tutto prescritto o archiviato. Si ipotizza allora l’«indebito vantaggio». L’errore è stato grave, scrive il Csm. Ma, ancora una volta, di «scarsa rilevanza». Come quello del sostituto procuratore che lascia in carcere un uomo quarantatré giorni oltre la scadenza della custodia cautelare. Articolo 3-bis anche per lui. E per la collega che decide l’imputazione coatta di 25 dirigenti di una banca, non ancora indagati. «Condotta occasionale», viene derubricato.

Scherzi, violenze e censurine
Ci sono pure quelli troppo solerti, comunque. Vedi il magistrato in apprensione per la consorte, collega e indagata. Scrive così al pm, titolare dell’inchiesta. Chiede di spostare l’interrogatorio della moglie e di «accompagnarla ed eventualmente presenziare all’atto, ove mi venisse consentito». Anticipa, nella stessa mail, l’insussistenza del reato che le contestano, con tanto di minuziosi riferimenti normativi. I truci della disciplinare, davanti a tanto affetto, finiscono per capitolare. Condotta occasionale, danno irrilevante e nessun clamore. I panni si lavano in casa. L’intervento rischiava di sembrare un’interferenza, magari. Ma è stato troppo innocuo per trasformarsi in illecito, sentenziano. Viene invece punito con la perdita di due mesi anzianità il sostituto procuratore generale della cassazione che colpisce con un pugno la moglie, durante una lite domestica. La risonanza mediatica, in quel caso, viene considerata «lesiva dell’immagine del magistrato». Sconveniente conclusione che, invece, non riguarda l’incontenibile buontempone. Decide di infilare nel fascicolo del vicino di scrivania un anonimo pizzino, con gli slogan degli anarchici che manifestano davanti al tribunale per il caso Cospito. Una scelta non causale. La vittima dello scherzo s’è appena occupata del caso. Dunque, prende molto sul serio le finte minacce. Chiama il procuratore, allerta la Digos. Fino all’ammissione del reo: «Sono stato io. Era uno scherzo!». Per il mattacchione, comunque, nessuna conseguenza: «Ha agito in buona fede» scrive il Csm.

Solo una toga può giudicare un’altra toga
«Come si fa a valutare fino in fondo il momento patologico, se non si conosce nel dettaglio quotidianamente quella che è la fisiologia del sistema e del funzionamento?» chiede retoricamente il presidente dell’Anm, Cesare Parodi. In un’audizione al senato, esplicita quindi la strenua convinzione della categoria: solo un togato può giudicare un altro togato. Peccato per i possibili corollari. Un pm seppellisce sotto «sedici anni di totale inerzia investigativa» accuse di abusi sessuali e maltrattamenti su alcuni bambini? Se la cava con sei mesi di sospensione e il trasferimento al tribunale civile. E il magistrato che tarda ad arrestare un uomo per sei mesi? Resta uccel di bosco, fino a quando non finisce dentro per duplice omicidio. Ma il Csm non infierisce: blanda censura. O quello che lascia in galera una persona per 578 giorni, nonostante la custodia cautelare scaduta? Di nuovo, non si va oltre una censura.

Riabilitazioni e amnesie di sistema
Anche nella sporadica evenienza di una blanda sanzione non bisogna però disperare. Dopo una provvidenziale riabilitazione, la carriera può ripartire con slancio. Per cancellare una censura basta attendere cinque anni e avere una valutazione positiva, che il Csm concede con abituale generosità. Il novantanove per cento ottiene splendide valutazioni di professionalità da superiori e Csm. «I magistrati d’Italia sono giudicati eccellentissimi. Non esiste al mondo, credo, un organismo in cui i suoi componenti vengono sempre considerati bravissimi» ironizza Nordio. Così, anche quando malauguratamente la toga viene sporcata da una macchiolina, si può sempre smacchiare. La vecchia sanzione sparisce. Non conta più per partecipare a concorsi o ambire a incarichi. Come se non fosse successo nulla. La riforma del governo vorrebbe modificare pure questo: la riabilitazione non diventerebbe più automatica né discrezionale. Nell’attesa, non viene negata a nessuno. Ancora una volta, le ultime sentenze pubblicate sembrano esemplificative. La pm revoca gli arresti domiciliari a un indagato con ben 111 giorni di ritardo? Censura opportunamente revocata dopo cinque anni, vista «la buona produttività e la laboriosità, la difficoltà e l’importanza degli affari trattati». Anche per lei, arriva il lavacro. Tutti aggrappati alla legge partenopea del fatalismo spicciolo: «Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce o’ passato». Altro che nobiltà d’animo ciceroniana…















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