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“Vivo, ormai da anni, con la sensazione che possa accadermi qualcosa. Ma siccome non voglio paralizzarmi uso la tecnica del trapezista. I miei figli? Mi chiedono di mollare, ma non posso”: parla Sigfrido Ranucci

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“Io vivo, ormai da anni, con la sensazione che possa accadermi qualcosa da un momento all’altro. Ma, siccome non voglio lasciarmi paralizzare, adotto la tecnica del trapezista. Me l’ha spiegata il mio vecchio direttore, Roberto Morrione (il fondatore di RaiNews24, ndr): quando diventi l’obiettivo di qualcuno, salta sul prossimo trapezio. Così sarà più difficile prenderti”, racconta Sigfrido Ranucci in un’intervista a “Vanity Fair“.

Il conduttore di “Report“, romano, 64 anni, circa ottanta conteziosi aperti, duecentoquaranta da quando ha cominciato senza mai perdere una causa. È sotto scorta dal 2021 ma la notte tra il 16 e il 17 ottobre scorso è scampato a una bomba fatta esplodere sotto casa sua a Pomezia, distruggendo la sua auto e quella della figlia. “Ogni tanto, però, mi chiedo: chi me lo fa fare?”, confida al settimanale diretto da Simone Marchetti: “L’anno scorso, alla presentazione di un mio libro, si è avvicinata una signora che aveva appena perso la figlia, malata di tumore. Mi ha consegnato una lettera che mi aveva scritto la ragazza prima di morire: aveva passato gli ultimi tempi a seguire tutte le puntate di Report e mi ringraziava per il lavoro svolto per il bene comune. Una cosa così non ha prezzo”.

Nel libro “La Scelta” nel 2024 racconta che suo figlio gli ha chiesto perché fa il mestiere del giornalista: “‘Che cosa dovrei fare?’ e lui: ‘Dovresti fare da padre a tre figli che stanno crescendo senza’. È il prezzo da pagare per consegnare al mondo una società migliore”. Proprio i suoi figli gli hanno chiesto più volte di mollare: “È successo molte volte, l’ultima settimana scorsa. Ci ho pensato, ma non posso. Sarebbe un messaggio devastante: per me, per loro, per tutti. Significherebbe che basta essere attaccati per fare un passo indietro”.

Ammette di avere qualche volta paura: “Ce l’ho, altrimenti sarei incosciente. E l’incoscienza è pericolosa. Ma non è tanto importante avere paura: l’importante è superarla. Sennò vincono loro”. Dopo l’attentato al giornalista Rai è stata rafforzata la scorta: “I mandanti? Ci sono delle piste. Lasciamo che magistrati e carabinieri facciano il loro lavoro. C’entra la politica? Non ho informazioni in tal senso. La politica di solito lancia altri tipi di bombe: la delegittimazione, per esempio. Adesso ho una protezione con due macchine blindate e l’esercito davanti a casa”.

“La scorta è diventata un po’ come una famiglia allargata. Tanto che, quando esce l’ennesima accusa di dossieraggio o di bullismo sessuale, i miei agenti mi dicono: “Dotto’, noi siamo sempre con lei, quand’è che ha tempo di fare tutte ’ste cose?”, aggiunge Ranucci. Il riferimento al “bullismo sessuale” risale 2021: “Bisognerebbe chiederlo a chi ha mandato la lettera anonima a tutti cosa mi imputavano: parlamentari, stampa… Come racconto nel libro La scelta (Bompiani, 2024), è stato l’unico caso di MeToo senza il Me, perché non c’erano denunce nei miei confronti”.

Ranucci è costretto con la sua squadra agli straordinari: “Una macchina infernale. Siamo passati da 16 puntate da 80 minuti a 24 puntate da 160. Significa trovare almeno tre argomenti originali ogni settimana: un impegno enorme. Solo otto persone in redazione, 14 che a turno fanno le inchieste, più filmmaker, montatori e tecnici che si alternano”. Il suo futuro lo immagina in Rai, almeno fino alla pensione, anche se corteggiato da tempo da La7 e dall’editore Urbano Cairo: “Io sono nato in Rai e qui vorrei rimanere fino a quando scatterà l’ora della pensione, nell’agosto 2028. A quel punto, se la Rai mi vorrà ancora, resterò; altrimenti, l’editore che mi garantirà di poter continuare a essere “Sigfrido Ranucci” avrà le mie attenzioni”. Per il successore il giornalista ha una certezza: “Sicuramente sarà qualcuno di interno a Report. Nessuno della mia squadra accetterebbe una figura esterna, magari imposta per motivi politici”.

Il suo percorso a Viale Mazzini non ha certo previsto grandi scatti di carriera: “Senza presunzione, sono il giornalista più premiato della Storia della Rai. Però, a pochi anni dalla pensione, resto un semplice caporedattore: la carica di vice direttore Approfondimenti è solo sulla carta. Questo perché, nonostante quello che dicono, non ho mai avuto spinte politiche”, ha raccontato a “Vanity Fair”. Smentendo anche di essere vicino al Movimento 5 Stelle: “È diverso: la maggior parte di chi guarda Report vota Movimento a 5 Stelle, che è stato fondato su principi etici affini a quelli del mio programma, come la legalità, la trasparenza della pubblica amministrazione… Detto questo, Report non ha mai avuto amici”.

Così come definisce “infondata” l’accusa di un’ossesione nei confronti di Fratelli d’Italia: “Se ripercorriamo tutte le puntate, la persona oggetto di più inchieste è stato l’ex ministro Roberto Speranza, del Pd, seguito da Matteo Renzi, che non si capisce bene se sia di destra o di sinistra. Forse ce lo dirà lui quando avrà fatto chiarezza con sé stesso. Poi, ovvio che Report tiene d’occhio chi, di volta in volta, governa. E infatti io sono stato preso di mira da tutti”.

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