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Adescava le vittime sulle app d’incontri per picchiarle e rapinarle: condannato. “Fondamentale il coraggio di denunciare”

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Uomini tra i cinquanta e i sessant’anni, contattati attraverso social network e piattaforme di incontri, convinti di accogliere in casa una persona per un rapporto consensuale. Invece, dietro quelle porte chiuse, li aspettavano violenze, rapine e minacce. Persone stordite, in alcuni casi immobilizzate con fascette di plastica ai polsi e alle caviglie, costrette a consegnare contanti o a effettuare bonifici istantanei. E poi il ricatto: pagare o tacere, con la minaccia di diffondere immagini e video intimi a familiari e contatti personali. È questa la vicenda al centro della sentenza pronunciata martedì 27 gennaio dal tribunale di Bologna.

La giudice Maria Cristina Sarli, accogliendo la richiesta della Procura (pm Elena Caruso), ha condannato l’imputato principale a sei anni e otto mesi di reclusione per rapina aggravata e lesioni aggravate. La pena, già ridotta per effetto del rito abbreviato scelto dall’uomo — reo confesso — è accompagnata da una multa. Alla compagna, accusata di riciclaggio, sono stati inflitti due anni di reclusione, con sospensione condizionale della pena.

Dietro la sentenza, però, c’è soprattutto il coraggio di chi ha deciso di parlare. “Questa indagine esiste perché alcune delle vittime hanno scelto di denunciare, nonostante le minacce”, spiega a ilfattoquotidiano.it l’avvocata Fiorella Shane Arveda, che ha assistito una delle persone offese. “È un punto fondamentale: senza quella denuncia, questa serie di rapine non sarebbe mai emersa e, per colpa dello stigma, i carnefici l’avrebbero fatta franca”. Le vittime accertate sono almeno sei a Bologna. Quattro si sono costituite parte civile, mentre una si è rivolta allo Sportello legale del Cassero, trovando supporto e orientamento. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, la dinamica era sempre la stessa. “Si tratta di uomini tra i 50 e i 60 anni”, ricostruisce Arveda, “che mettono a disposizione il proprio domicilio per un incontro sessuale. L’aggressore finge il consenso, entra in casa e a quel punto la vittima è completamente esposta”.

Le violenze non sono state identiche in ogni episodio, ma tutte le persone offese sono state almeno stordite. “Nel caso che seguo io”, racconta l’avvocata, “la vittima è stata legata ai polsi e alle caviglie con fascette di plastica e costretta a fare bonifici istantanei per circa 3.500 euro, con causale ‘regalo’, a favore della compagna dell’imputato”. Oltre alle condanne penali, il giudice ha disposto dei risarcimenti tra i 5.000 e i 6.000 euro per ciascuna vittima. Il risarcimento complessivo verrà definito in sede civile. Ma il dato più allarmante, sottolinea Arveda, è la ripetitività dello schema. “Non parliamo di un episodio isolato. Quando questo meccanismo funziona, tende a essere replicato: dagli stessi soggetti o da altri, anche in città diverse”. Un elemento cruciale della vicenda è l’orientamento sessuale delle vittime. Anche se non esiste una specifica aggravante prevista dalla legge, il contesto è tutt’altro che neutro. “L’omosessualità viene usata come leva“, spiega l’avvocata. “Chi aggredisce sa di poter contare sulla vergogna, sulla paura dell’outing, sul timore di non essere creduti. È questo che tiene molte persone lontane dalla denuncia”.

Un quadro che trova conferma anche nei dati raccolti dallo Sportello legale del Cassero e dal Centro antidiscriminazione di Spazio Cassero, finanziato da Unar: in media una persona ogni due giorni si rivolge ai servizi per segnalare episodi di violenza o discriminazione. Anche il procedimento concluso oggi è partito dal passo, tutt’altro che scontato, di una vittima che ha deciso di rivolgersi a un legale. “Denunciare è difficile, soprattutto quando si parla di incontri sessuali e di omosessualità”, osserva Arveda. “Ma è fondamentale farlo bene. Una denuncia dettagliata, costruita con attenzione, ha molte più possibilità di essere presa sul serio in un sistema giudiziario già sovraccarico”. In questo percorso, il ruolo dei servizi di comunità è decisivo. “Molte persone si fidano di più perché sanno di non essere giudicate. Questo può fare la differenza tra il silenzio e l’emersione di reati che altrimenti resterebbero sommersi”. “Le vittime non hanno alcuna colpa”, conclude l’avvocata. “Minacce, estorsioni e diffusione non consensuale di materiale intimo sono reati gravi. Denunciare non è solo una tutela individuale: è l’unico modo per impedire che queste violenze continuino a ripetersi”.

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