Si separano e lui vuole l’affidamento condiviso del cane, il giudice lo nega
VIGEVANO. Ogni separazione tra coniugi comporta una serie di decisioni - spesso difficili e per questo affidate ai giudici - sulla divisione dei beni e del patrimonio, come la casa e i mobili. E poi ci sono le decisioni sull’affidamento dei figli, se minorenni. Ma cosa succede se in mezzo alla separazione ci sono animali a cui entrambi i coniugi si sono negli anni affezionati? Può capitare che uno dei due chieda l’affidamento congiunto, proprio come si fa per i figli. E così è successo davvero in tribunale a Pavia per una coppia di Vigevano in fase di separazione: il marito ha chiesto, in via d’urgenza, l’affidamento condiviso della cagnolina Lola, un meticcio femmina di nove anni.
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Per ora i giudici hanno respinto (per la seconda volta) la richiesta dell’uomo sulla base di questo principio: pur essendo esseri viventi e senzienti, quindi in grado di affezionarsi ai loro proprietari e a chi di prende cura di loro, gli animali vanno considerati come un «bene mobile», al pari di una sedia o di un televisore, quindi dopo la separazione restano nelle mani del proprietario, che in questo caso è la moglie, come indicato dal microchip. Ma la vicenda non è chiusa.
La causa va avanti
La risposta del collegio dei giudici civili presieduto da Simona Caterbi riguarda la richiesta di un provvedimento urgente, perché la cagnolina ha già nove anni, «ma la questione non è affatto chiusa perché c’è la causa civile di merito in corso – spiega l’avvocato dell’uomo, Andrea La Russa –. Non condivido l’interpretazione dei giudici di Pavia, perché il cane, al di là della proprietà, appartiene di fatto alla famiglia. La stessa signora, sentita in tribunale, ha confermato che il cane ha sempre vissuto con loro e si è affezionato a entrambi». Fatto sta che da quando l’uomo è uscito dalla casa coniugale, a settembre del 2023, l’ex moglie (rappresentata nella causa dall’avvocata Agnese Grippo) non gli ha più consentito di vedere la cagnolina Lola, né di poterla accudire o portarla, come accadeva in passato, a fare le sue passeggiate fuori.
Il cane come “cosa”
L’ultima ordinanza dei giudici (che ricalca quella di primo grado del magistrato Giacomo Rocchetti) spiega perché non è possibile decidere sull’affidamento di un cane: «Vanno considerati come “cose” anche gli esseri viventi suscettibili di utilizzazione da parte dell’uomo: non solo i vegetali, ma anche gli animali. L’uomo ha sempre manifestato verso gli animali, in quanto esseri senzienti, un senso di pietà e di protezione, quando non anche di affetto. Da qui l’esistenza, in tutte le epoche storiche, di precetti giuridici posti a salvaguardia e a tutela degli animali», ma questa «disciplina non rende comunque gli animali titolari di diritti».
Per i giudici neppure la legge Brambilla, «pur avendo rafforzato la disciplina penale in relazione a condotte contro gli animali, non ha in alcun modo riconosciuto questi ultimi come “soggetti giuridici portatori di diritti”».
Ora sulla controversia è atteso l’esito - forse definitivo - della causa civile di merito, quindi più lunga, che si sta svolgendo davanti al giudice del tribunale di Pavia, Paolo Bussi. —
