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Camicia nera, crocefisso e l’ombra del traffico di armi: ecco chi è l’80enne indagato nell’inchiesta su turisti cecchini di Sarajevo

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Un uomo “spregevole”, “estremamente malvagio”, uno di quelli che incutono davvero paura. Appassionato di armi, cacciatore e fascista dichiarato. È solo l’inizio della descrizione dell’uomo di Savorgnano, frazione di San Vito al Tagliamento, nel Pordenonese, considerato uno dei turisti cecchini di Sarajevo sui cui indaga la Procura di Milano. Sarebbe stato lo stesso uomo, oggi ottantenne, a raccontare agli amici del bar del paese ciò che faceva negli anni della guerra nei Balcani. All’epoca dei fatti lavorava come autotrasportatore per un’azienda metalmeccanica del territorio sanvitese e si recava spesso nei Balcani per motivi professionali. Ma non solo. Da quanto emerso, nei fine settimana partiva dalla propria abitazione, lasciava moglie e figli e andava a a colpire civili inermi. Azioni che raccontava apertamente e, secondo le testimonianze raccolte, di cui vantava.

L’anziano è indagato dalla Procura di Milano, nell’ambito di un’inchiesta condotta dal Ros dei Carabinieri, con l’accusa di omicidio volontario continuato. Avrebbe ucciso “civili inermi”, tra cui donne, anziani e bambini, probabilmente spinto da motivazioni ideologiche. Il 4 febbraio i Carabinieri hanno perquisito la sua abitazione, rinvenendo sette armi regolarmente detenute: due pistole, una carabina e quattro fucili. L’ex autotrasportatore è atteso per un interrogatorio in Procura a Milano il prossimo 9 febbraio.

Viene descritto come un uomo dallo sguardo glaciale, dal fisico asciutto e nervoso, che dichiarava pubblicamente di indossare la camicia nera “come una bandiera”. Altro simbolo per lui fondamentale era il crocefisso, che portava sempre ben visibile sul petto. Secondo il racconto che ci è stato riferito, l’uomo sarebbe stato anche al centro di un traffico di armi e avrebbe utilizzato l’azienda per cui lavorava come copertura. Tra le merci ordinarie, si faceva recapitare pezzi di armi e componenti delle stesse. Sebbene le finalità di questi invii non siano ancora chiare, diversi operai avrebbero visto tali materiali tra gli imballaggi in arrivo.

Non è dato sapere se questo presunto “cecchino del weekend” agisse da solo o se facesse parte di un gruppo organizzato. È però certo che conosceva molto bene i Balcani e che vi manteneva contatti stabili. In paese l’uomo è conosciuto. C’è chi lo definisce spregiudicato e pericoloso e ricorda un episodio considerato emblematico: durante una festa, alcuni anni fa, sarebbe uscito da un locale e avrebbe iniziato a sparare colpi in aria a caso, scatenando il panico tra i presenti.

È emerso anche un secondo profilo, radicalmente diverso, sul quale la Procura sta svolgendo accertamenti, a quanto apprende IlFattoQuotidiano. Si tratta di un ex alpino che oggi vive in un paese della Carnia. All’epoca dei fatti, secondo quanto riferito, operava con l’Unprofor in contesti riconducibili all’intelligence americana, la Cia. Il suo compito sarebbe stato quello di proteggere la popolazione di Sarajevo dai cecchini, svolgendo quindi attività di contro-cecchinaggio. Anche quest’uomo avrebbe raccontato le proprie azioni agli amici, complice qualche bicchiere di troppo, durante i ritrovi con gli alpini.

Da quanto emerso finora sull’organizzazione dei cosiddetti “Safari dell’orrore”, uno dei luoghi di ritrovo dei cacciatori del weekend sarebbe stato proprio il Friuli-Venezia Giulia, in particolare Trieste, a meno di un’ora dai luoghi di residenza dei due presunti sniper del Nord-Est.

Sebbene il fenomeno dei cecchini civili fosse poco noto all’opinione pubblica, le autorità italiane – in particolare l’allora Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare (Sismi) – erano a conoscenza della loro presenza grazie alle informazioni fornite dai servizi di intelligence bosniaci. Come ha sostenuto l’ex agente bosniaco Edin Subašić, che ha dichiarato come il Sismi avesse successivamente comunicato di aver individuato e interrotto il fenomeno. Se ciò fosse vero, tuttavia, il Sismi avrebbe dovuto disporre di informazioni precise su persone e identità coinvolte. Ma non risultano inchieste giudiziarie né procedimenti a loro carico. Nel 2022, con la pubblicazione del documentario Safari Sarajevo, il caso è emerso all’attenzione dell’opinione pubblica. Ma solo recentemente è stata aperta un’inchiesta.

Già durante il processo per crimini di guerra svoltosi davanti al Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, il testimone John Jordan, ex marine, nell’udienza del 22 febbraio 2007 dichiarò di aver visto dei “tourism shooters” (tiratori turistici). Precisò di aver sentito per la prima volta questa espressione a Beirut, durante la guerra civile lungo la Linea Verde. Jordan aggiunse che questi uomini “avevano armi più adatte alla caccia al cinghiale nella Foresta Nera che a combattere in un ambiente urbano nei Balcani”.

Questo nuovo filone d’indagine, tutto friulano, si aggiunge a quello già evidenziato dallo scrittore Ezio Gavazzeni, autore dell’esposto che ha dato origine all’inchiesta giudiziaria in Italia. In quel caso, i cecchini del weekend – italiani, francesi, canadesi e russi – erano persone con grandi disponibilità economiche e ruoli di rilievo nella società: medici, magistrati, avvocati, imprenditori, disposti a pagare cifre esorbitanti per poter sparare e uccidere esseri umani. Secondo i racconti raccolti, arrivavano a versare fino a 100 milioni di vecchie lire per poter uccidere un bambino. Nel filone friulano, invece, si tratta di persone appartenenti al ceto medio che, da quanto emerso finora, non pagavano per uccidere.

di Marianna Maiorino

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