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Schlein vuole portare la pace nel mondo, ma per lei è sempre guerra coi riformisti

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L’attacco al governo, l’autocelebrazione dei «risultati raggiunti» e il consueto mantra sul fatto che «possiamo vincere le prossime elezioni». La relazione di Elly Schlein alla direzione Pd non ha suscitato sorprese. In compenso, ha regalato alcuni momenti di involontaria comicità. «È un momento complesso e spaventoso per il mondo, in cui cresce la domanda di una alternativa», ha detto la segretaria, puntando l’indice contro «la destra globale» e avvertendo che «sta a noi offrire protezione sociale, tranquillità, prospettiva e speranza». «Questo – ha sottolineato – è il compito che abbiamo davanti». Il fatto è che, mentre cerca di portare la pace – o per lo meno la tranquillità – nel mondo, Schlein non riesce a portarla neanche nel suo partito: come ampiamente atteso, la direzione Pd è stata l’ennesimo teatro dello scontro interno con i riformisti.

Alla direzione Pd i riformisti si astengono sulla relazione di Schlein

La minoranza alla fine non ha votato la relazione della segretaria, che è passata con 162 voti a favore contro le loro 18 astensioni, tra voti in presenza e da remoto rivendicati dalla stessa minoranza. I numeri sono certamente impietosi, ma il livello e i motivi del conflitto raccontano ancora una volta una frattura politica così profonda che non si capisce come le due anime del Pd possano continuare a convivere.

Tra gli astenuti, secondo quanto riferito, vi sarebbero Pina Picierno, Giorgio Gori, Lorenzo Guerini, Simona Malpezzi, Piero Fassino, Graziano Delrio, Sandra Zampa, Walter Verini, Lia Quartapelle, Claudia Mancina, Salvatore Margiotta, Stefania Pezzopane, Stefano Lepri, Elisabetta Gualmini.

Gli interventi a raffica contro la segretaria

In direzione sono intervenuti quasi tutti, complice anche l’improvvida decisione di Schlein di rivendicare una leadership che non ammette concessioni. «Rispetto per tutti, ma è sbagliato dare l’idea che nel Pd ci siano linee diverse. Non ci sono due, tre linee: la linea del Pd è una», ha detto in chiusura la segretaria. «Un gruppo dirigente eletto ha certamente il diritto di mettere in campo la linea politica su cui ha vinto il congresso, ma non ha il diritto di cambiare la natura di un partito. Ed è quello che sta succedendo», ha detto Pina Picierno, ricordando che «il Pd non è nato come un partito di sinistra identitario. È nato come un partito riformista di centro-sinistra».

Quella domanda scomoda: «Il Pd è ancora casa per i democratici, per i liberali?»

«Il Pd è ancora casa per i democratici, per i liberali? E cioè per me e per quelli che la pensano come me? Io continuo a sperare di sì», ha aggiunto la vicepresidente del Parlamento Ue, lanciando un alert: «Facciamo attenzione perché sui territori c’è già una lenta ma progressiva tendenza di dirigenti che stanno lasciando il Pd, tanti fondatori non riconoscono più il Pd. Penso alle parole di Prodi, penso a quelle di Veltroni, e potrei continuare perché la lista è lunga».

Sulle stesso tema anche Piero Fassino. «La linea di un partito è frutto di una sintesi, non una giustapposizione di piattaforme incomunicabili fra loro, serve un percorso di costruzione e sintesi che consenta a tutti di ritrovarsi. Altrimenti c’è un problema: chi la pensa diversamente, si sente estraneo al partito», ha detto, mentre Simona Malpezzi ha ricordato che «nella discussione c’è la possibilità di far funzionare meglio il nostro partito, quindi mi aspetto che le Direzioni siano sempre convocate con la puntualità richiesta dal nostro Statuto».

L’attacco di Giorgio Gori sul referendum

Il punto è sempre lo stesso: la radicalizzazione di un Pd in cui è sempre più difficile trovare spazi di confronto e margini di pluralismo. E che, inseguendo la propaganda più bieca, trasforma le crepe in fratture e le fratture in voragini. «Trovo inaccettabile che si faccia passare da traditore, colluso col nemico, chi del nostro campo o partito voterà Sì. E invece siamo ancora a “chi mina l’unità del partito aiuta la destra”. Peggio: siamo arrivati ad accusare chi vota Sì di accompagnarsi con i fascisti, di essere cioè nemico della Costituzione, al pari dei fascisti», ha detto Giorgio Gori, pur spiegando di essere per il No. «Per essere credibili come forza di governo bisogna assumere la realtà come base dell’azione politica e non prospettare promesse irrealizzabili», ha detto ancora Gori.

Guerini al vetriolo: «Non possiamo farci menare per il naso da Conte»

Lorenzo Guerini ha tocca un altro tema fortemente divisivo per il Pd: la difesa. «Vogliamo su questi temi assumerci una responsabilità o lisciamo il pelo all’opinione pubblica? Vogliamo provare a fare una discussione seria? Perché questo serve poi ad andare con un impianto vero alla discussione con i nostri alleati». «Io – ha aggiunto – sono rispettoso dei tempi di tutti, però ragazzi non è che possiamo farci menare per il naso da Conte che non vuole mai una discussione e un tavolo in cui ci confrontiamo sul programma. Se ci porta a ridosso delle elezioni, attenzione, rischiamo di dover compromettere le ragioni programmatiche, politiche alle esigenze di un’alleanza. E io questo credo sia un errore e un rischio che non possiamo correre».

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