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Uomini in divisa leader politici? No grazie. Con la destra generali al servizio, non al comando

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Cerchiamo di analizzare il presente alla luce della storia politica. I generali hanno punteggiato il percorso della destra italiana. Agli albori della Fiamma ci fu il generale Rodolfo Graziani, ex viceré di Etiopia, ex ministro della Guerra della Rsi, che divenne per meno di un anno, presidente onorario del MSI (1953-1954): non ebbe alcun potere effettivo e quella esperienza-lampo non fu nemmeno gratificata con un seggio parlamentare.

I primi generali: Graziani, De Lorenzo, Birindelli

Si ricorda di lui l’incontro di Arcinazzo Romano (1953), con un giovane Giulio Andreotti, durante un comizio dell’allora sottosegretario alla presidenza di Alcide De Gasperi dove il diabolico divo – il Leone e la Volpe – gli tese un trappolone: invitatolo a salire sul suo palco gli fece pronunciare parole di sperticato elogio nei confronti della Dc, facendo andare fuori dai gangheri il vertice missino, guidato allora da Augusto De Marsanich. Poi arrivò il tempo del generale col monocolo: Giovanni Di Lorenzo, discusso ex comandante dei Carabinieri, ex capo del Sifar, il servizio segreto militare, uomo di fiducia di due presidenti della Repubblica (Gronchi e Segni), con tante amicizie a sinistra, accusato di avere predisposto, d’intesa proprio con Antonio Segni al Quirinale, il famigerato “Piano Solo”, per il quale Nenni disse di avere sentito un “tintinnar di sciabole” (1964). Dopo il Msi-Dn, nell’elezione che tributò alla destra riunita, un importante successo elettorale (1972). Stette in Parlamento per poco: l’anno dopo morì. Neppure l’ammiraglio Gino Birindelli, di provenienza monarchica, ex comandante navale Nato del Sud Europa, ebbe ruoli di reale leadership: fu deputato del MSI-DN per una sola legislatura, dal 1972 al 1976; dopo aver ricoperto brevemente anche il ruolo onorifico di presidente del partito, ebbe contrasti insanabili con Almirante: nel 1974 abbandonò la Fiamma promuovendo con altri la sfortunata scissione di Democrazia nazionale. Non fu rieletto e lasciò la politica.

Vito Miceli dal “lodo Moro” alla destra di Almirante

Forse il più carismatico degli alti gradi militari arruolati dalla destra, Vito Miceli fu uomo di fiducia di Aldo Moro, quando questi fu presidente del Consiglio: da capo del Sid (1970-1974), ne sostenne la linea filo-araba – il famoso “lodo Moro” fu pure opera sua – con lo scopo di preservare l’Italia da attentati terroristici palestinesi. Il generale Miceli fu indagato e persino arrestato per cospirazione contro lo Stato: ma fu sempre assolto con formula piena, fino in Cassazione (1985). Una persecuzione politica. Uscito dai ranghi militari, Almirante lo volle nel Msi, secondo molti col consenso attivo dello stesso Moro che ne aveva grande stima: fu eletto deputato per tre legislature (dal 1976 al 1987). Personalità di alto profilo, divenuto amico personale del leader missino, tenne sempre un profilo di grande compostezza e si occupò con molta competenza dei problemi della Difesa.

Il generale Ramponi, Fini e la nascita di An

Fu molto amato dalla base, ma non aspirò mai ad incarichi di guida politica. Nello stesso solco Luigi Ramponi, ex comandante generale della Guardia di Finanza e direttore del Servizio per le informazioni e la sicurezza militare (Sismi) dal 1991 al 1992: chiamato da Gianfranco Fini come uno degli uomini-simbolo nell’operazione di de-nostalgizzazione della destra e dell’evoluzione del Msi in Alleanza nazionale, fu parlamentare per tre legislature e presidente della commissione Difesa a Montecitorio; fu molto stimato e rispettato nell’esercizio specifico del suo ruolo.

FdI alla Difesa e il warning di Crosetto per Vannacci

Il mondo è cambiato, il fluire di esponenti delle Forze Armate verso i partiti si è esaurito da tempo; soprattutto per la destra oggi non avrebbe senso: Fratelli d’Italia è il primo partito del Paese, guida con Giorgia Meloni il governo e ha Guido Crosetto che siede alla Difesa; del quale va annotato che quando mise in guardia sull’anomalia Vannacci, fu guardato in cagnesco anche da ambienti vicini. E invece aveva ragione. Ancora poche righe di conclusione. Alti ufficiali ed ex capi dei servizi segreti, furono accolti nella destra missina perché ciò dava lustro ad una formazione che allora soffriva la conventio ad excludendum e del cui blocco sociale facevano parte molte famiglie legate alle Forze armate. Ma non pensarono mai di affidare loro il comando politico.

La tradizione della destra: generali al servizio non al comando

Perché i capi missini che avevano grande esperienza – tanti aveva fatto la guerra – conoscevano anche controindicazioni e fragilità dei militari nella “politique politicienne”. Neppure la Dc – grande partito conservatore del dopoguerra – riservò ruoli di direzione o di governo ai militari. In Italia nessun generale è diventato leader politico. Non è nella nostra tradizione nazionale questa idea di uomini in divisa al vertice dei partiti. Salvini ha ignorato questo dato “di sistema”: è stato poco attento – ha ragione Fini tirato in ballo con un paragone incongruo e gratuito – nel non valutarlo, pensando a uno come Vannacci come suo braccio destro. Questo un primo elemento che spiega il caso politico di cui si sta discutendo.

Il paradiso russo del generale Vannacci: un tradimento dell’intelligenza

Il secondo: a nessuno degli alti ufficiali che militarono a destra passò mai per la testa una politica estera di così stretta vicinanza a una potenza ostile alla Nato, all’Unione europea, alla stessa visione dell’Occidente. Nessuno avrebbe mai dichiarato ciò che Vannacci scrive nel suo “Il mondo al contrario”: “in Russia c’è lavoro, e ce n’è anche tanto. Rispetto a molti posti del mondo, vi si vive anche abbastanza bene”. A maggior ragione dopo l’invasione dell’Ucraina e delle sanzioni applicate a Mosca, questa promozione di Putin, non è “intelligenza” con un ipotetico o effettuale Nemico; e neppure il tradimento dell’interesse nazionale o della Lega; è soltanto il tradimento dell’intelligenza: propria e altrui.

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