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Referendum, la data non cambia: si vota il 22 e 23 marzo. Il Cdm respinge il tentativo di spallata

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La data del referendum non cambia: si voterà il 22 e 23 marzo. Il governo l’ha confermato nel Consiglio dei ministri convocato per riformulare il quesito dopo la decisione della Cassazione di accogliere il ricorso del Comitato dei “volenterosi” per il No sul testo già votato in Parlamento. Dunque, pur dovendo accogliere la nuova formulazione, l’esecutivo ha respinto il tentativo di spallata politica, il cui vero obiettivo era lo slittamento del voto. Chiusa questa partita, resta però sul campo un nuovo elemento di criticità: secondo quanto emerso, alcuni dei giudici che hanno accolto il ricorso sono impegnati nella campagna per il No o vengono da un passato da parlamentari Pd. Una circostanza che, come sottolineato da molti nel dibattito politico seguito alla decisione di piazza Cavour, si configura come un grave autogol e una conferma della necessità della riforma e dunque del Sì.

Il governo conferma la data del referendum

Il Consiglio dei ministri, si legge nel comunicato di Palazzo Chigi, ha deliberato di «proporre al presidente della Repubblica, per l’adozione del relativo decreto, di precisare il quesito relativo al referendum popolare confermativo già indetto con il decreto del 13 gennaio 2026 nei termini indicati dalla citata ordinanza, fermo restando lo stesso decreto».

«Pertanto – continua la nota – il testo del quesito del referendum già indetto per i giorni 22 e 23 marzo 2026 viene precisato come segue: “Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo ‘Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare’?».

Il confronto tra il vecchio e il nuovo quesito: a chi giova?

La formulazione precedente recitava: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?». La nuova dizione non cambia la sostanza, ma con tutti quei riferimenti normativi si presenta evidentemente molto più ostica. Si tratta dunque di una scelta che non va a beneficio dei cittadini.

Del resto, il fatto che, al di là degli intenti dichiarati, la finalità del ricorso vinto dal comitato per il No non fosse quella è sempre stato chiaro. Ed è stato confermato anche dal fatto che, dopo la decisione della Cassazione, lo stesso comitato si sia detto fiducioso nel cambio di data per il voto.

Balboni: «Vogliono eleggere il nuovo Csm con le vecchie regole»

Non c’è solo una questione di tempi della campagna. Per il senatore di FdI e presidente della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama, Alberto Balboni appare «evidente che l’obiettivo di questi continui ricorsi è quello di impedire il rinnovo del Csm con le nuove regole, cioè costringerci di nuovo a eleggere il Csm con le regole attuali, che consegnano l’organo di autogoverno dei magistrati in mano allo strapotere delle correnti con tutte le degenerazioni che ben conosciamo».

Bignami svela chi c’era nel collegio che ha accolto il ricorso

Il capogruppo di FdI alla Camera, Galeazzo Bignami, ha sottolineato che «la decisione della Cassazione di cambiare il quesito referendario conferma che la riforma della giustizia è una necessità». «Basta dare uno sguardo ai giudici della Corte di Cassazione che hanno deciso la riformulazione del quesito. Tra questi – ha spiegato – Alfredo Guardiano, che modererà un convegno sulle ragioni del No, e Donatella Ferranti ex deputata Pd e presidente della commissione Giustizia fino al 2018». «Serve altro – ha dunque domandato Bignami – per rendersi conto che non si può più attendere per ridare terzietà alla magistratura, rendendola indipendente dalla politica e dalle correnti e attuando l’articolo 111 della Costituzione?. Serve votare Sì al referendum».

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