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Giustizia “giusta”: una battaglia per l’etica, per il nostro futuro e per i giudici onesti

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Il 22 e il 23 marzo 2026 il popolo italiano sarà chiamato a decidere su una questione storica, se non rivoluzionaria molto vicina a poterlo essere. Con alcune zavorre che non permetteranno mai di cambiare ogni cosa, sia ben chiaro (e spiegheremo perché nelle prossime settimane), ma di sicuro si tratterà di un punto che, se vincerà il “Sì”, fungerà da spartiacque culturale, prima ancora che politico. Non serve sciorinare i numerosi sondaggi degli ultimi anni, riportati più volte anche dal sottoscritto: gli italiani non vedono più i magistrati come degli oracoli intoccabili, e ormai da tempo. Nel 1992, allo scoppio di Mani Pulite, la situazione era opposta: le monetine lanciate contro Bettino Craxi fuori all’Hotel Raphael rappresentavano uno stato d’animo che non subiva alcuna sfumatura. Questo anche per la mirabile opera di eroi come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tanti altri giudici anti-mafia del tempo che proprio in quegli anni persero la vita, pagando a caro prezzo il loro coraggio. I giudici, insomma, erano dei semi-dei. Intoccabili, infallibili, “buoni” per definizione.

Una certa sinistra ha sfruttato abilmente le figure degli eroi siciliani summenzionati per rendere a prescindere intangibili i giudici, rendendoli istantaneamente esseri umani privi di qualsiasi possibilità di malafede, di corruzione, di disonestà. Poi è arrivata, nella primavera del 1994 l’era politica berlusconiana, seguito di un’epopea imprenditoriale di assoluto successo, sia italiano che internazionale. E quella fu un’epoca in cui l’intangibilità dei giudici raggiunse picchi massimi. Non importava quanto assurde fossero le inchieste, la figura del miliardario sceso in politica, avido solo del proprio tornaconto personale, protagonista del conflitto d’interessi, vinceva su tutto. Se i giudici aprivano un’inchiesta o mandavano un avviso di garanzia, avevano matematicamente ragione. Se il politico di turno – non solo Silvio Berlusconi, si pensi ad esponenti della stessa sinistra finiti in disgrazia a causa delle persecuzioni giudiziarie, come il povero Ottaviano Del Turco – ne riceveva, era già decisa la sua colpevolezza, in un “trauma da Mani Pulite” senza fine (tralasciando ciò che la storia ha decretato su quella controversa fase della vita politica italiana). Nessuna presunzione di innocenza.

Nel 2026 la percezione pubblica è cambiata. Invero, è mutata già diversi anni fa. Pesano le troppe contraddizioni dell’operato giudiziario verso la politica stessa. Pesano come un macigno le inchieste scandalo sul dossieraggio di Perugia, con il procuratore Raffaele Cantone a mostrare i numeri mostruosi di file trafugati tra pm, giornalisti e relativi sviluppi ovviamente ben focalizzati sul poter colpire il politico di turno considerato scomodo, non necessariamente in via giudiziaria ma anche mediatica, personale e reputazionale. C’è stato lo scandalo che ha visto protagonista Luca Palamara, quel presidente dell’Anm che in un’ intercettazione ammise di dover colpire l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini per la sua politica dei porti chiusi contro gli sbarchi di clandestini. C’è un “libro testimonianza” di Palamara stesso che, scritto con l’ausilio di Alessandro Sallusti, racconta tutto, o quasi.

Ci sono troppe cose che non vanno. Ormai documentate e alla luce del sole. Gli italiani non si affidano più ciecamente ai giudici. Percepiscono che c’è qualcosa che non va. E ciò spiega il vantaggio del “Sì” nei sondaggi per il referendum di fine marzo sull’introduzione della separazione delle carriere tra giudice e pm, oltre che su un maggior controllo dell’operato dei magistrati. Una riforma, quella di Carlo Nordio, non perfetta, non esaustiva. Che però introduce concetti pesantissimi. Se non rivoluzionari come dicevamo prima, sicuramente dirimenti. Spartiacque, appunto. Il sistema ha già reagito. Sta già reagendo. Con la “inchiesta” del programma televisivo Report sui poveri giudici vittime del cattivo controllo dei potenti e sulla censura ad Alessandro Barbero ad opera dei potentissimi mezzi di Meta e di Mark Zuckerberg per perpetrarla.

Psicologia inversa, parleremo anche di questo. Nelle prossime settimane. Fino al voto. Perché da oggi fino al 22 di marzo sarà una battaglia culturale senza esclusione di colpi. Da combattere con fierezza e orgoglio. Esistono i giudici bravi e onesti, ma ciò che conta è la cultura dominante, la politica dominante. Quella che governa davvero l’Italia e che interviene ogni qualvolta ci sia una deviazione da qualsiasi indirizzo politico, economico, culturale diverso da quello previsto per noi da almeno trent’anni. Ecco perché questa battaglia dobbiamo vincerla.

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