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«I riduzionisti delle foibe condannati dalla storia. Ma nel Pd c’è ancora chi manda pec contro il ricordo». Parla Fausto Biloslavo

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Il 10 febbraio è alle porte. Il silenzio ci pervade come ogni anno, ma l’assenza di rumore è rotta dalla voce dei martiri delle foibe e da quegli uomini e da quelle donne che hanno vissuto il dramma dell’esodo. Italiani colpevoli di essere italiani gettati in una cavità carsica dai partigiani comunisti di Tito oppure costretti a scappare lasciando alle spalle quella terra. Terra rossa, come messo in musica dagli Ultima Frontiera, in cui il canto rammenta che il ritorno è casa. A poche ore dal ventiduesimo Giorno del Ricordo – istituito con la legge numero 92 del 30 marzo 2004 durante la presidenza della Repubblica di Carlo Azeglio Ciampi – abbiamo incontrato il reporter triestino Fausto Biloslavo che per i tipi di Signs Publishing ha curato il volume Le pagine strappate della storia (224 pp.; 15,00€), lavorando inoltre ad altri due testi: I 40 giorni di terrore di Mauro Tonino e Arcipelago foibe di Paolo Sardos Albertini. Memoria, memoria incessante, come nella poesia di Giuseppe Ungaretti, «le nuvole della tua polvere, | non c’è vento che se le porti via?» e il pensiero resta qui tra le storie, quelle microstorie di ognuno di noi che fanno la grande vicenda d’Italia. Eccola quella narrazione sul fronte orientale capace, ogni volta, di restituirci un pezzo del tricolore dai colori sgargianti.

Partiamo dalla sfera personale. Lei è figlio di esuli e suo nonno è stato infoibato…

«Sulla scrivania del mio studio a Trieste c’è una vecchia, e unica, foto in bianco e nero di mio nonno Ezechiele che tiene in braccio mia madre appena nata. Io non l’ho mai conosciuto, però mia nonna e mia madre mi hanno raccontato tutto quello che è successo. Il fatto di essere nato e cresciuto a Trieste mi ha portato a inseguire la passione verso l’avventura e verso i reportage di guerra. O per meglio dire il racconto del lato oscuro dell’umanità».

Un lato oscuro piuttosto pronunciato quello che ci riporta ai martiri delle Foibe, non trova?

«La mia famiglia, infatti, lo ha provato sulla propria pelle durante i 40 giorni di occupazione, da parte delle truppe titine, di Trieste a guerra finita tra maggio e giugno 1945. Furono deportati centinaia di italiani spariti nel nulla senza fare ritorno a casa. Uno di questi fu proprio mio nonno che con sua moglie e sua figlia, nonché mia madre, vivevano da sfollati in una locanda vicino alla stazione ferroviaria. Erano lì perché il loro appartamento fu bombardato dagli alleati. A un certo punto in quella taverna arrivarono i titini, portati da un italiano che fino al giorno prima aveva collaborato coi tedeschi, per portare via tutti i nostri connazionali. Mia madre piccolina quando capì che volevano portate via suo padre si aggrappò alle sue gambe per cercare di fermarli, ma per tutta risposta si trovò puntata contro la faccia una pistola. Ancora adesso ha gli incubi di quell’arma».

E lì capì che non sarebbe più tornato…

«Il dramma vero è che dopo tanti anni non abbiamo neanche un posto, neanche una foiba dove deporre un fiore. Non sappiamo dove l’abbiano ucciso. Questo è il dolore di tante famiglie giuliane, istriane, fiumane e dalmate. Inoltre da parte di mio padre sono figlio di esule, perché mio papà dovette scappare dall’Istria, la famiglia viveva a Momiano, perdendo tutto. Sono così venuti a Trieste dove sono nato io».

Il Giorno del Ricordo, istituito oltre 20 anni fa, per mantenere viva la memoria dei martiri delle Foibe è perennemente minacciato da chi, spesso e volentieri, soffia sulla retorica contro una memoria condivisa. Non crede?

«Penso esista un’ultima minoranza, io li chiamo ultimi dei mohicani, che sono negazionisti o riduzionisti. Hanno ancora qualche spazio, ma vengono condannati dalla storia. Qui non si tratta di levare pagine di narrazione sulle nefandezze che abbiamo compiuto anche noi italiani in Jugoslavia, durante la Seconda Guerra Mondiale. Si tratta di aggiungere pagine strappate e silenziate per oltre mezzo secolo. Esiste un sottile rumore di fondo pure nei grandi partiti dell’opposizione. Faccio un esempio. Negli scorsi giorni ero a presentare il mio precedente libro sul tema, Verità infoibate, ad Alina in provincia di Pistoia e uno dei capogruppo del consiglio comunale mi ha mostrato la pec che ha inviato l’omologo del Pd. Nella missiva scrive: “Ma perché tutta questa promozione per questo evento?”. C’è una legge dello Stato che prevede che le amministrazioni debbano, appunto, ricordare le foibe e l’esodo il 10 febbraio e invece al posto di partecipare il Pd manda le pec».

Sembra quasi che non si vogliano riconoscere le responsabilità dei partigiani jugoslavi e di Tito…

«Le responsabilità, ormai, sono chiare. Soprattutto nei confronti dei propri fratelli slavi di sangue attraverso l’opera dell’Ozna, la sua polizia segreta, che ha massacrato ben più jugoslavi che italiani. Stiamo parlando di un quarto di milione di persone. Ancora oggi c’è una grande ipocrisia, un prurito ideologico che non fa chiamare i criminali col loro nome. Così come evidenza quanto successo a Gorizia dopo che è stato aggiornato il lapidario coi nomi e i numeri dei deportati, oltre mille durante l’occupazione durata 40 giorni a guerra finita. Sul lapidario c’è scritto chiaramente che i boia erano dei criminali comunisti. Evidenziarlo è una specie di tabù per l’Anpi locale che ha fatto di tutto per non far installare la nuova targa».

Proprio dove, per ricordare un episodio denunciato lo scorso anno da Luca Urizio – presidente della Lega Nazionale Gorizia – in centro città sono stati affissi vessilli titini…

«Una cosa abbastanza insultante, mi permetterei di dire. Ancora adesso durante gli scontri di piazza a Torino si sono viste quelle bandiere, così come ogni primo maggio o ogni 25 aprile a Trieste osserviamo la bandiera tricolore con la stella rossa al centro, simbolo che Tito aveva affibbiato agli italiani. Il sol dell’avvenire della Jugoslavia. In alcune frazioni di Trieste inneggiano all’arrivo delle truppe titine del nono korpus. In Slovenia, ricordo, c’è una grossa collina e su questa collina si legge ancora la scritta Tito. Viene lasciata lì in bella mostra e nessuno va a cancellarla. Tito è stato indubbiamente un grande leader della Jugoslavia, ma è stato anche un grande criminale».

Per Signs Publishing ha scritto il volume, con altri autori, “Le pagine strappate” e curato altri due testi. Inoltre, nei prossimi giorni sarà in Emilia-Romagna per un tour di conferenze. Quanto è importante presidiare il fronte della memoria?

«Bisogna aggiungere pagine di storia, non negarne altre. C’è gente come Alessandra Kersevan, Eric Gobetti e altri che invece continuano a contestare. Lo fanno con l’aiuto di istituzioni anche giornalistiche, come il circolo della stampa di Trieste che il 6 febbraio ha organizzato un incontro del titolo “Un ricordo truccato”, a cui prenderanno parte due consiglieri regionali friulani ovvero Serena Pellegrino e Furio Honsell. Quest’ultimo è stato rettore dell’Università di Udine. Per loro i primi 20 anni di riconoscimenti per gli infoibati sono andati tutti a fascisti e quindi il 10 febbraio andrebbe abolito. Per questo bisogna mantenere vivo il ricordo della tragedia delle foibe e del dramma dell’esodo».

Nei suoi testi celebra il lavoro da ricercatori di Paolo Sardos Albertini e di Diego Redivo che sono meno conosciuti dal grande pubblico…

«Redivo purtroppo è scomparso settimana scorsa per via di un male incurabile. Oltre a essere stato un amico è stato un combattente della ricerca storica. Ha alzato il velo sul tabù della foibe imposto dalla realpolitik del secolo scorso. Paolo Sardos Albertini è un personaggio leggendario, presidente della Lega Nazionale, vero e proprio baluardo dell’italianità a Trieste. Quando portava i calzoni corti era in piazza durante i moti sanguinosi del 1953-1954. Ancora oggi come ogni 10 febbraio, penso, sarà lui a pronunciare uno dei discorsi davanti alla foiba di Basovizza, unico monumento nazionale dedicato a questa tragedia. Volevo ricordare inoltre un altro storico che non c’è più».

William Klinger?

«Un giovane illuminato e molto preparato. Italo-croato che è stato assassinato a New York, aveva acceso i riflettori sui lati più oscuri sul ruolo dell’Ozna, la polizia segreta e politica di Tito».

Facciamo un ultimo salto nel passato. Precisamente quando per Epoca, insieme al collega Massimo Sestini, negli anni ‘90 scovò Ivan Motika a Rovigno definito il “Priebke rosso”…

«Era giudice del popolo nel 1943 quando ci furono i primi infoibamenti. Lo scovai insieme al grande fotografo Sestini che aveva macchinari da 007. Fu un grande scoop per l’epoca. Sono riuscito a parlare anche con il boia di Fiume, Oscar Piskulic. Motika attraverso il tribunale del popolo a Pisino ha mandato a morte gli italiani che i partigiani erano riusciti a rastrellare nel caos del post 8 settembre. Anche dopo il 1945 ha continuato a fare il giudice e poi ha fatto carriera in magistratura come procuratore della Jugoslavia. Un italiano di Rovigno, presidente del centro di ricerche storiche, me lo indicò e così andammo a beccarlo. Lui era sempre molto guardingo quando usciva di casa, berretto calato sulla testa e occhiali scuri. Non poteva immaginare che noi eravamo nei paraggi. Così lo abbiamo affrontato. Disse che non capiva l’italiano, ma insistendo gli ho ricordato cosa aveva combinato durante la Seconda Guerra Mondiale e allora lui si inalberò. Mi disse che non sapevamo niente di com’era allora. Il direttore di Epoca fu lui a suggerirmi di seguire la pista mandandomi in Istria. Nonostante i tentativi del pubblico ministero italiano Giuseppe Pititto e grazie a una serie di cavilli giudiziari, di insabbiamenti e ostacoli i boia delle foibe furono indagati, accusati, ma i procedimenti finirono nel nulla».

L'articolo «I riduzionisti delle foibe condannati dalla storia. Ma nel Pd c’è ancora chi manda pec contro il ricordo». Parla Fausto Biloslavo sembra essere il primo su Secolo d'Italia.















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