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“I maranza e la necessità di unire la sanzione all’educazione”. L’analisi di Giuseppe Femia

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Giuseppe Femia, è psicoterapeuta dell’Apc, la scuola fondata da Francesco Mancini. Una scuola prestigiosa e diffusa in tutta Italia a cui si deve, per merito del fondatore, l’intuizione del concetto di colpa come scriminante. Con lui abbiamo affrontato la questione della violenza giovanile e il fenomeno dei “maranza”. Femia è autore di un libro, “Turchese non meno di sette”, edito da Amazon, che sta riscuotendo grande successo.

La violenza dei “maranza” sembra non avere spiegazioni logiche. A cosa l’attribuisce?

«Senza logica? Senza motivazione? I nostri comportamenti, anche quando disfunzionali, paradossali, hanno un senso, un obiettivo, uno scopo o un antiscopo. Ad esempio “Non posso essere debole / Non posso essere inferiore”. Talvolta queste credenze si accompagnano a regole e comportamenti a rischio. La violenza che emerge in alcuni gruppi giovanili non è dunque mai davvero “senza logica”: è il prodotto di fattori psicologici, sociali e culturali che si intrecciano. Alcuni elementi ricorrenti potrebbero essere: un’identità fragile: molti ragazzi vivono un senso di inadeguatezza e usano l’aggressività come scorciatoia per sentirsi forti, visibili, riconosciuti. Un bisogno di appartenenza: il gruppo diventa un amplificatore. Da soli non agirebbero così, ma insieme – in gruppo – si sentono legittimati. Pur di sentirsi appartenenti sposano atteggiamenti che riconoscono come ingiusti. Modelli culturali distorti: estetica della forza, del dominio, dell’umiliazione dell’altro; spesso alimentata da social e dalla dicotomia forte vs debole. Storie di carenze affettive e assenza di adulti significativi: quando mancano figure educative credibili, il gruppo diventa il riferimento, il porto sicuro anche se violento. Povertà emotiva: non economica, ma affettiva. Mancanza di linguaggi per esprimere frustrazione, rabbia, paura. Senso di esclusione e vissuti di fallimento. Questi fattori non vogliono essere alibi, però spiegano cosa spesso si muove dietro al comportamento manifesto di ostilità. Spesso il dolore esita in violenza e/o si manifesta in atteggiamenti impulsivi di attacco e difesa. La violenza, quindi, non è “inspiegabile”: è un linguaggio sostitutivo, una corazza, un linguaggio primitivo che nasce dove altri linguaggi non sono stati appresi e che esprime spesso sofferenza. Tali atteggiamenti meritano certamente una riflessione sui modelli socio-culturali».

 Le dinamiche giovanili richiamano tratti personologici. Si tratta di fenomeni diffusi?

«Sì, sono dinamiche molto diffuse, anche se assumono forme diverse a seconda dei contesti. Alcuni tratti che emergono spesso: impulsività, disinibizione, grandiosità, ricerca di sensazioni forti, difficoltà nella regolazione emotiva, bisogno di approvazione, paura del giudizio del gruppo. Non si tratta necessariamente di patologie: sono aspetti tipici dell’adolescenza, ma in alcuni casi diventano più marcati perché non trovano contenimento nello sviluppo o fattori protettivi di tipo sociale/affettivo e relazionale.
La differenza sembra farla l’ambiente: dove ci sono dialogo, regole chiare e adulti di riferimento, tali tratti si modulano; dove c’è vuoto educativo, vuoto affettivo, esplodono».

È giusto che ci sia una risposta severa sul piano delle sanzioni oltre agli aspetti educativi?

«Una risposta equilibrata richiede due linee riflessive:  educazione: in assenza di un piano socioeducativo la sanzione potrebbe non produrre cambiamento.: Sanzione: senza una conseguenza severa e definita, il messaggio educativo potrebbe perdere di credibilità. Tuttavia la sola sanzione non garantisce consapevolezza».

 Si parla a sproposito di comportamenti ossessivi verso le donne da parte dei ragazzi.

«Molti comportamenti definiti “ossessivi” non sono vere ossessioni cliniche, ma modalità immature di gestione dell’affettività o atteggiamenti di controllo e svalutazione. Si potrebbe osservare una confusione tra desiderio e possesso, un ‘angoscia abbandonica mascherata da vigilanza, una sorta di dipendenza emotiva, unitamente ad una scarsa tolleranza alla frustrazione.
Non è ossessione in senso psicopatologico: ma una sorta di manifestazione di disagio che nasce da modelli e schemi disfunzionali di attaccamento e modalità o meglio difficoltà relazionali: a gestire un rifiuto, a distinguere intimità da controllo, a costruire relazioni paritarie, a riconoscere i propri stati interni. Necessitiamo di educazione affettiva e non di etichette cliniche usate impropriamente».

Molti, non tutti, di questi ragazzi sono di origine extracomunitaria: quale può essere il rimedio?

«L’integrazione è sempre il miglior rimedio per prevenire la violenza. In questo senso accogliere significa non creare ulteriore disagio o risentimento. Chiaramente questo diventa possibile se si rispettano le leggi dei Paesi in cui si va. Altrimenti diventa impraticabile integrare. Va anche detto che l’adesione ad una legge non può essere solo una pratica formale ed estrinseca ma è necessario che l’integrazione operi attraverso gli strumenti della scuola pubblica, dell’educazione e della formazione».

 L’uso delle droghe: come va inquadrato?

«L’uso di sostanze tra i giovani potrebbe essere il tentativo di regolare emozioni dolorose, come la tristezza e la noia, o l’ansia. Prestazione sociale: sentirsi più disinvolti, più “adatti”, più coraggiosi. Appartenenza: il gruppo normalizza e legittima. Non è un fenomeno marginale: è trasversale, spesso sottovalutato dagli adulti. Va letto non come un problema isolato, ma come un indicatore di fragilità emotiva, mancanza di alternative sane difficoltà a tollerare il vuoto e la frustrazione, pressione sociale e performativa L’intervento efficace deve essere integrato: educativo, familiare, scolastico, comunitario».

L'articolo “I maranza e la necessità di unire la sanzione all’educazione”. L’analisi di Giuseppe Femia sembra essere il primo su Secolo d'Italia.















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