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Promemoria per il dibattito sul fine vita: esistono malattie inguaribili, non malattie incurabili

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Il prossimo 17 febbraio è stata calendarizzata in Senato la discussione sul disegno di legge 104, riguardo alle disposizioni in materia di morte medicalmente assistita, che riaccende il dibattito sul fine vita. Il disegno di legge, secondo i suoi promotori, servirebbe a coprire quel gap normativo su eutanasia e suicidio assistito, che ha visto sentenze della Corte Costituzionale e alcune normative regionali dare delle indicazioni in merito in assenza di una legge nazionale, creando così un’oggettiva confusione giurisprudenziale.

Un dibattito sull’onda emotiva

Bisogna rilevare come un dibattito così complesso sia spesso viziato da casi mediatici che fanno leva sull’emotività delle persone, emblematico il connubio tra l’attivista radicale Marco Cappato e la trasmissione televisiva Le Iene, che ha portato alla ribalta il caso di Dj Fabo, andato a morire in Svizzera con l’aiuto di Cappato, che si autodenunciò alle autorità italiane per aiuto al suicidio, reato regolamentato dall’articolo 580 del Codice penale. Il caso dalla giustizia ordinaria passò alla Corte Costituzionale, che emise una sentenza storica (242/2019) dove in sintesi, stabilì che l’aiuto al suicidio non è sempre reato, facendo così assolvere Cappato.

Abuso giuridico o vuoto normativo? Il contesto in cui nasce il ddl 104

Questa vicenda, oltre a riaccendere il dibattito etico sul fine vita, ha aperto una diatriba giurisprudenziale e costituzionale, sul come i tribunali intervengano nell’ambito specifico in assenza di leggi, sostituendosi così al legislatore. Da una parte ci sono giuristi che parlano della sentenza Cappato come “creativa”, sostenendo che sia nata da un abuso giuridico che non solo non ha tenuto conto di una legge esistente, ma ne avrebbe creata un’altra, introducendo quattro nuovi requisiti su cui applicare la norma vigente. Dall’altra parte, di contro, altri giuristi sostengono che i tribunali debbano continuare a intervenire in materia caso per caso, per colmare un vuoto legislativo di una politica che avrebbe ignorato il diritto costituzionale all’autodeterminazione dell’individuo.

La vita come bene in sé

È chiaro che aldilà del nodo giuridico, che pure ha la sua grande importanza, la questione è anzitutto morale. Se nella libertà individuale rientra anche la possibilità di togliersi la vita, questo implica automaticamente che la stessa sia solo a disposizione del singolo e non riguardi la comunità. Inoltre la questione investe il valore stesso della vita, se sia un bene in sé, da preservare a prescindere della condizione in cui la si vive, o una possibilità di bene, quindi buona solo se corrispondente a determinati standard.

La sfida delle cure palliative

Il punto nodale della vicenda è la sofferenza che diventa intollerabile, che andrebbe quindi ad alterare la bontà stessa della vita, ma la domanda etica è se lo Stato può farsi carico della morte di qualcuno, anche perché con lo Stato entra in gioco la collettività, quindi la coscienza di tutti.

Esistono malattie inguaribili, non malattie incurabili

Il fine vita infatti non è una questione individuale, riguarda le fondamenta morali della società che vogliamo costruire, tra uno Stato che vuole prendersi cura di tutti, o uno Stato che preferisce eliminare il sofferente se non riesce a eliminare la sofferenza. Se curare una persona vuol dire letteralmente prendersi cura di lei, non esistono malattie o condizioni cliniche incurabili, semmai inguaribili, ma che comunque si possono curare, accompagnando la persona. Uno dei grossi deficit del nostro sistema sanitario sono proprio le cure palliative, a cui riesce ad accedere solo il 33% degli aventi diritto. Nel merito si è espresso anche il presidente della Cei, il cardinal Zuppi, sollecitando forme di sostegno sociale per rispondere alla sofferenza, bocciando l’ipotesi di proporre la morte come soluzione.

Una deriva pericolosa

Da segnalare che nei Paesi dove esiste una legislazione che permette eutanasia e suicidio assistito, il ricorso alla “dolce morte” sta aumentando in modo esponenziale, passando dai cosiddetti casi limite a situazioni al limite dell’assurdo, come il caso di Siska De Ruysscher, ragazza belga di 26 anni, che lo scorso novembre ha chiesto e ottenuto la morte volontaria assistita, dopo aver pubblicamente denunciato il sistema sanitario belga. La ragazza è stata vittima di abusi e ha sofferto di depressione fin dall’adolescenza, ma da quanto sarebbe emerso dalla sua denuncia, sarebbe stata lasciata sola da un sistema sanitario, che non l’avrebbe curata adeguatamente ma le avrebbe offerto la morte come soluzione finale.

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