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Confessioni estorte e processi farsa: il dossier accusa Teheran

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Un sistema repressivo fondato sulla tortura sistematica, sull’umiliazione sessuale e sull’azzeramento di ogni garanzia giuridica. È quanto emerge dalle prove raccolte dall’Hengaw Organization for Human Rights, che ha documentato una nuova ondata di abusi ai danni dei detenuti arrestati durante le proteste scoppiate tra la fine di dicembre 2025 e il gennaio 2026 in Iran. Le vittime sono in larga parte giovani, ma tra i casi verificati figurano anche donne e minori. Secondo l’organizzazione curda per i diritti umani, le autorità iraniane avrebbero messo in atto pratiche di interrogatorio finalizzate a estorcere confessioni rapide su accuse di sicurezza nazionale, spesso attraverso violenze fisiche, psicologiche e sessuali estreme. Un elemento particolarmente inquietante riguarda l’uso deliberato di donne interrogatrici nei confronti di giovani detenuti maschi, con l’obiettivo di infliggere un livello ulteriore di umiliazione e coercizione. Le conclusioni di Hengaw si basano su numerose interviste condotte con detenuti recentemente rilasciati, di età compresa tra i 18 e i 32 anni, provenienti da città e regioni diverse, trattenuti in strutture differenti e senza legami tra loro. Nonostante ciò, i racconti mostrano uno schema ricorrente e coerente: minacce di morte ed esecuzione, simulazioni di impiccagione, violenze sessuali, pressioni psicologiche prolungate e ricorso sistematico a tribunali sommari privi di qualsiasi procedura legale.

Alcuni arrestati sarebbero stati detenuti in strutture militari, altri in centri di detenzione ufficiali o in abitazioni private adibite a luoghi di interrogatorio. In diversi casi, i giovani detenuti maschi hanno riferito di essere stati interrogati da team misti, composti da uomini e donne. Secondo le testimonianze raccolte, le donne interrogatrici avrebbero avuto un ruolo centrale nell’infliggere torture psicologiche e sessuali, un metodo che l’organizzazione definisce come una pratica emergente negli interrogatori più recenti. Un giovane detenuto ha raccontato che, dopo alcuni giorni iniziali di perquisizioni e raccolta di informazioni, «gli interrogatori si sono intensificati drasticamente». «Avevo due inquirenti, un uomo e una donna. Lui faceva il “poliziotto buono”, lei il “poliziotto cattivo”. Mi puntavano una pistola alla fronte e mi dicevano che mi avrebbero sparato se non avessi confessato di avere un’arma o di aver ricevuto denaro dai servizi segreti stranieri». Lo stesso detenuto ha riferito di essere stato costretto a rimanere sdraiato a terra per ore, insultato, minacciato con immagini di cadaveri e sottoposto a violenze fisiche: «Mi hanno versato addosso tè bollente, mi hanno sputato in faccia, mi hanno premuto il piede sul volto. Prima di essere rilasciato, mi hanno obbligato a ringraziare la donna che mi interrogava». Un altro detenuto, diciannovenne, ha descritto un grande centro di detenzione residenziale dove uomini e donne erano separati e i detenuti divisi per fasce d’età. «Gli adolescenti venivano portati via. La donna che mi interrogava era estremamente brutale. Dicevano di aver già informato la mia famiglia della mia morte. Mi hanno messo un cappio al collo e hanno simulato l’esecuzione».

Le violenze non hanno risparmiato le donne. Una detenuta di 32 anni ha raccontato di essere stata minacciata con corde, trapani e ganci, accusata di collaborare con il Mossad e con partiti politici curdi, e sottoposta a torture sessuali prolungate. «C’era anche un bambino di 12 anni tra i detenuti. Eravamo così tanti che non riuscivamo nemmeno a muoverci».Hengaw ha inoltre documentato l’uso sistematico di tribunali rivoluzionari convocati pochi giorni dopo l’arresto, con sentenze rapide basate su confessioni forzate, spesso registrate in forma scritta o video. Ai detenuti veniva detto esplicitamente che la mancata confessione avrebbe impedito qualsiasi rilascio. Chi veniva trovato in possesso di telefoni cellulari, soprattutto con immagini delle proteste, subiva le torture più gravi. Tutti i detenuti intervistati sono stati rilasciati solo dopo giorni o settimane di abusi, dietro pagamento di cauzioni elevate. Molti risultano ancora in attesa di processo. I telefoni sequestrati non sono mai stati restituiti e numerosi ex detenuti hanno dichiarato di aver pensato al suicidio prima di trovare il coraggio di raccontare quanto subito. Secondo Azar Karimi attivista per i diritti umani e Portavoce dell’Associazione giovani iraniani in Italia: «Il dossier di Hengaw mi colpisce molto perché restituisce l’immagine di una repressione che non è solo politica, ma profondamente umana. Le violenze descritte sono mirate soprattutto a spezzare i giovani, a colpire proprio quella parte della società che chiede un cambiamento, una libertà e un futuro. Dal punto di vista dei giovani iraniani, tutto questo può rafforzare la sensazione di vivere in un sistema che non lascia spazio al dialogo, ma risponde con paura e punizione. Allo stesso tempo, però, una repressione così dura rischia di aumentare ancora di più la distanza tra le nuove generazioni e le istituzioni. Anche secondo molte voci della resistenza iraniana, pratiche come torture e confessioni forzate mostrano la debolezza di un potere che si regge più sulla coercizione che sul consenso. È un quadro molto duro, che fa emergere non solo una crisi dei diritti umani, ma una frattura profonda tra lo Stato e la sua gioventù». Secondo i dati verificati dal Centro di Statistica e Documentazione di Hengaw citato anche dell’Associazione Nessun, oltre 40.000 persone sono state arrestate in Iran dall’inizio delle proteste. Finora sono stati identificati 2.500 detenuti, tra cui 186 donne e 218 minori, e 1.270 persone uccise, inclusi 125 donne e 93 minori. L’organizzazione denuncia una totale mancanza di trasparenza da parte del sistema giudiziario iraniano e un clima di impunità che circonda interrogatori e forze di sicurezza. Per questo Hengaw lancia un appello urgente alla comunità internazionale affinché venga garantito ai detenuti un accesso immediato a supporto psicologico indipendente e invita famiglie e conoscenti a segnalare gli arresti alle organizzazioni per i diritti umani, nel tentativo di prevenire ulteriori abusi.















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