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Palestine Action non è un’organizzazione terroristica: una decisione che è un test case sul dissenso

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Palestine Action non è un’organizzazione terroristica, e la messa al bando dell’associazione, imposta dal governo laburista di Keir Starmer, è sproporzionata. Quella caduta su uno degli esecutivi europei più duri nei confronti della protesta a sostegno della causa palestinese rappresenta una vera e propria scure e apre un contenzioso inedito tra l’Alta Corte britannica e il governo: il divieto è apparso a molti osservatori autorevoli come una scusa per stroncare, con carcere e manette, una potenziale grana per il governo britannico più impopolare di sempre.

D’altronde, il Terrorism Act era stato introdotto in un altro periodo storico e con un obiettivo preciso: dotare il governo di poteri straordinari per fronteggiare il radicalismo islamico, non per colpire e soffocare il dissenso interno.

La sottile linea che parte dalla base RAF di Brize Norton, vicino ad Oxford e arriva ad Akrotiri, a Cipro, dove gli F16 portano inevitabilmente a Gaza, intreccia gli stretti rapporti tra il governo di Netanyahu e quello di Keir Starmer. In questo caso, unire i punti non è complottismo: mezzo governo laburista, riporta il portale Declassified UK, ha ricevuto finanziamenti da lobby pro-Israele già prima dell’arrivo a Downey Street. Dopo il “golpe” che ha defenestrato Corbyn e reso irrilevante la sinistra interna, la direzione del partito è stata fissata su posizioni favorevoli ai rapporti economici e politici con lo Stato ebraico, marginalizzando la questione palestinese.

In questo senso, il Regno Unito dispone anche del più vasto e dettagliato archivio di informazioni sui due anni di mattanza a Gaza, raccolti dagli aerei spia in partenza dalla base-exclave di Akrotiri a Cipro, che sorvolavano la Striscia ogni giorno, ufficialmente “per aiutare Israele a ritrovare gli ostaggi”.

Per questo, la norma draconiana che prevede fino a 14 anni di carcere per adesione e sostegno a un’organizzazione che non ha compiuto alcun atto di sangue, ma solo sabotaggi dimostrativi, e l’intransigenza con cui viene difesa nonostante la bocciatura anche della Corte Suprema (il governo ha già annunciato ricorso), solleva diversi interrogativi.

Più in generale, nella catena di norme repressive adottate in Europa contro il dissenso, la mazza ferrata contro i sostenitori della causa palestinese appare un banco di prova, e il caso di Palestine Action un “test case” europeo: se questa norma, che sostanzialmente prevede carcere duro per reati d’opinione nel paese, un tempo, considerato la culla della democrazia liberale, altri paesi interessati alle tutela di opinioni e dissenso, potrebbero seguire lo stesso percorso.

In Italia, la norma contro l’antisemitismo sta seguendo un caotico iter (all’italiana) che mira a ottenere lo stesso risultato perseguito con il divieto di Palestine Action: aprire la strada a leggi speciali approvate per decreto in base a situazioni di emergenza. Ad esempio, la prossima missione della Sumud Flotilla verso Gaza, considerati gli obiettivi, potrebbe potenzialmente violare norme sull’antisemitismo, se la maggioranza riuscirà a imporle a tutti i costi.

L'articolo Palestine Action non è un’organizzazione terroristica: una decisione che è un test case sul dissenso proviene da Il Fatto Quotidiano.















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