La chirurgia plastica è impegnata in ricostruzioni complesse. La sua immagine pubblica è tutta labbra e filler
Se ci affidassimo esclusivamente alla narrazione dominante sui media, potremmo tranquillamente pensare che la chirurgia plastica sia una branca della cosmetica avanzata, una sorta di servizio di personalizzazione corporea disponibile a colpi di promozioni, filtri e slogan rassicuranti. È una rappresentazione efficace dal punto di vista del marketing, ma profondamente fuorviante dal punto di vista medico e culturale.
Nel mondo reale, quello che raramente finisce nelle pubblicità, la chirurgia plastica si confronta con scenari ben diversi. Un esempio è la ricostruzione mammaria dopo mastectomia per tumore, un intervento che non ha nulla a che vedere con l’inseguimento di un ideale estetico, ma che rappresenta parte integrante della cura oncologica. Allo stesso modo, nei traumi gravi, come quelli da incidenti stradali, la chirurgia plastica interviene per salvare e ricostruire tessuti, spesso con tecniche microchirurgiche, con l’obiettivo di preservare la funzione di un arto e l’autonomia della persona. E nelle ustioni gravi, comprese quelle da attacchi con acido, il chirurgo plastico affronta ferite che colpiscono non solo il corpo ma l’identità stessa, lavorando su percorsi lunghi e complessi per restituire funzioni essenziali e una possibilità di vita sociale dignitosa.
Questi esempi bastano a chiarire che la chirurgia plastica è molto più di ciò che viene raccontato. Ma c’è un ambito ancora meno noto al grande pubblico, che rappresenta forse l’espressione più avanzata, complessa e scientificamente sofisticata della disciplina: gli allotrapianti di tessuti compositi vascolarizzati. Mani, volti, pareti addominali, arti e, in casi selezionati, anche strutture con una valenza funzionale e identitaria profonda come pene e utero: unità anatomiche estremamente complesse, costituite da cute, muscoli, nervi, vasi e altri tessuti altamente specializzati, che oggi possono essere trapiantate per restituire forma, funzione e possibilità di vita dopo perdite devastanti. Questa non è chirurgia futuristica o sperimentazione fine a se stessa, ma chirurgia plastica ricostruttiva di altissimo livello, che si colloca all’intersezione tra microchirurgia, immunologia dei trapianti e medicina rigenerativa.
Gli allotrapianti compositi sono di pertinenza della chirurgia plastica perché richiedono una competenza unica nella gestione dei tessuti complessi e nella ricostruzione funzionale. Non si tratta di sostituire un organo, ma di ricostruire un’unità anatomica e funzionale, restituendo al paziente non solo una struttura, ma la possibilità di interagire con il mondo. Una mano trapiantata non serve solo a muovere le dita, ma a lavorare, comunicare, toccare. Un volto trapiantato non è un fatto estetico, ma un mezzo per respirare, mangiare, parlare e tornare a essere riconoscibili come persone.
Dal punto di vista scientifico, gli allotrapianti rappresentano una delle sfide immunologiche più complesse della medicina moderna. A differenza dei trapianti di organo solido, i tessuti compositi includono la cute, che è il tessuto più immunogenico del corpo umano, rendendo il rigetto un evento frequente e clinicamente rilevante. Proprio per questo la chirurgia plastica è oggi protagonista nello sviluppo di strategie di tolleranza immunologica, che mirano a ridurre o superare la necessità di immunosoppressione cronica attraverso chimerismo, cellule regolatorie e nuove tecnologie bioingegneristiche, collocando la disciplina al centro di una delle frontiere più avanzate della medicina contemporanea.
Ed è qui che emerge il paradosso più evidente. Mentre la chirurgia plastica è impegnata nella ricostruzione dopo tumori, traumi, ustioni e persino nella frontiera dei trapianti complessi, la sua immagine pubblica continua a essere dominata da labbra, filler e promesse di felicità preconfezionata. Il marketing esasperato ha semplificato una disciplina complessa fino a renderla irriconoscibile, spostando l’attenzione dall’indicazione clinica alla desiderabilità commerciale.
Non si tratta di demonizzare la chirurgia estetica, che è una parte legittima della specialità, ma di ricollocarla nel suo contesto corretto. La chirurgia plastica non è una scorciatoia per la felicità né un filtro permanente applicato al corpo. È una disciplina medica che cura, ricostruisce, restituisce funzione e, nei casi più avanzati, arriva persino a trapiantare parti del corpo per ridare identità e relazione. Ricordarlo non è solo un esercizio culturale, ma un dovere verso i pazienti e verso la medicina stessa.
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