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Traffico illegale di pannelli fotovoltaici: il lato oscuro della transizione green

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l sole produce energia pulita, ma quando i pannelli fotovoltaici arrivano a fine vita il business che si apre è tutt’altro che verde. È nero, opaco e profuma di traffici illeciti, mafie ambientali e rotte internazionali che portano i rifiuti tecnologici europei fino alle periferie dell’Africa. Un lato oscuro della transizione energetica che per anni è rimasto ai margini del dibattito pubblico, ma che oggi emerge con forza dalle inchieste giudiziarie e dai sequestri effettuati in tutta Italia. Il punto di partenza è semplice: il nostro è uno dei Paesi europei con il maggior numero di pannelli fotovoltaici installati, frutto degli incentivi degli anni passati e delle politiche più recenti di sostegno alle rinnovabili. Secondo i dati del Gestore dei servizi energetici, sul territorio nazionale sono attivi circa 1.875.000 impianti per una potenza complessiva che supera i 37 mila megawatt, destinata ad aumentare ulteriormente per centrare gli obiettivi europei. Ma a crescere, parallelamente, è anche il problema dello smaltimento: «Si stima che da qui a breve tra le 90 mila e le 120 mila tonnellate di pannelli a fine vita dovranno essere gestite ogni anno», spiega a Panorama Jacopo Morrone (Lega), presidente della Commissione bicamerale d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti.

Smaltimento Raee e falle nella filiera

Per legge questi pannelli sono classificati come Raee, rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, e dovrebbero essere avviati a un processo rigoroso di trattamento e riciclo. Attività costosa, complessa e tracciata. Ed è proprio qui che si apre la falla. Anzi, le falle. «Tutti gli anelli della filiera presentano criticità: dalla raccolta al trasporto, dallo stoccaggio fino all’export», afferma ancora Morrone. Non è un caso che la Commissione sta portando avanti un apposito “filone d’inchiesta” sullo smaltimento degli impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili. Siamo di fronte a un fenomeno che ha ormai i contorni di un’emergenza strutturale. Come evidenziato dal Policy Cycle, il documento di Europol che analizza le principali minacce criminali in Europa, il traffico illecito di rifiuti è oggi uno dei settori più lucrativi dell’economia illegale: quarto per volume d’affari, subito dopo il narcotraffico, la contraffazione e la tratta di esseri umani. In Italia, l’intero comparto di questo mercato clandestino muove ogni anno almeno 20 miliardi di euro, con una crescita costante delle rotte che conducono verso il continente africano.

Le rotte internazionali e la truffa dei moduli “rigenerati”

Le direttrici sono ormai consolidate. Parliamo di un settore molto sofisticato, che vede la vendita di pannelli fotovoltaici solo formalmente nuovi o rigenerati, destinati a Paesi come Mali, Senegal, Burkina Faso e Mauritania. Un’operazione che ha tutti i tratti di una truffa su larga scala: i moduli, spesso a fine vita o non conformi, vengono presentati come prodotti utilizzabili e finiscono nei programmi di sviluppo energetico finanziati non solo con fondi europei, ma anche con risorse della Banca africana per lo sviluppo. «La nostra attività», continua Morrone, «si sta focalizzando sui costi di smaltimento, specialmente dei vecchi impianti, che possono incoraggiare le pratiche illegali e l’infiltrazione criminale. Al momento lo smontaggio e il trattamento comportano esborsi elevati, tanto che in molti casi il riciclo non è ancora una soluzione economicamente sostenibile e potrebbe indurre a conferire i rifiuti al di fuori dei canali legali».

Il profitto delle ecomafie e il doppio guadagno

Un esempio chiarisce la portata del fenomeno. Eliminare correttamente una tonnellata di plastiche o gomme può costare tra i 200 e i 250 euro; percorrendo la via illegale, la spesa si dimezza. Il margine cresce in modo esponenziale nel settore dei Raee e, in particolare, dei pannelli fotovoltaici: smaltire una tonnellata di moduli esausti nel rispetto delle norme può arrivare a costare tra i 400 e i 500 euro. Ma per gli intermediari criminali quei pannelli non sono un costo: diventano una fonte di profitto. Attraverso la manipolazione delle matricole, la produzione di documentazione falsa e una catena di fatture per operazioni inesistenti, i moduli vengono “ripuliti” sulla carta e reimmessi sul mercato come usati ma funzionanti, quando non addirittura come nuovi. Una singola tonnellata, anziché generare spese, può fruttare fino a 50 mila euro grazie alla rivendita in Paesi africani. Un affare miliardario che ha attirato l’interesse di camorra, mafie straniere, mediatori italiani e spedizionieri nordafricani.

Le inchieste giudiziarie e l’operazione Black Sun

Negli ultimi anni non a caso sono diverse le inchieste che hanno toccato questo business. L’Umbria è diventata uno dei casi simbolo. Da piccoli impianti di stoccaggio sono partite indagini che hanno portato alla luce collegamenti con aziende di altre regioni e una rete capace di movimentare migliaia di pannelli su scala nazionale. Secondo quanto accertato dai magistrati, un’organizzazione guidata da un imprenditore locale acquistava moduli fotovoltaici dismessi – che avrebbero dovuto essere smaltiti come rifiuti speciali – e, attraverso false certificazioni che li presentavano come semplici apparecchiature elettroniche usate, li esportava e rivendeva soprattutto in Siria. L’inchiesta recente più importante è stata però condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Bologna. L’operazione “Black Sun” ha ricostruito un sistema rodato: i pannelli venivano ritirati come rifiuti, certificati come trattati o distrutti, ma in realtà restavano integri. Quei documenti consentivano ai produttori e agli operatori di chiudere formalmente il ciclo e di accedere agli incentivi previsti. Intanto i moduli venivano stoccati, reimmessi sul mercato e rivenduti come “usati funzionanti” soprattutto in Africa e nei Paesi in via di sviluppo. Un doppio, a volte triplo guadagno: incasso per il ritiro del rifiuto, risparmio sui costi reali di smaltimento e profitto finale dalla vendita all’estero. Nel corso dell’attività sono stati sequestrati migliaia di pannelli fotovoltaici gestiti in modo illecito, per un valore di oltre 40 milioni.

Dai porti italiani alle discariche africane

Il vero salto di scala avviene quando i pannelli lasciano l’Italia. I carichi, spesso movimentati dai porti di Genova, Livorno e Napoli, vengono diretti verso Senegal, Nigeria, Burkina Faso, Marocco, Mauritania, ma anche verso la Turchia o il Medio Oriente. Ufficialmente sono spedizioni di apparecchiature elettriche di seconda mano, ma in realtà si tratta di rifiuti non conformi, spesso danneggiati e privi di reali certificazioni di sicurezza. È qui che il fotovoltaico italiano ed europeo diventa un problema africano e globale. Molti di questi pannelli, una volta installati, smettono rapidamente di funzionare e finiscono abbandonati in discariche informali, smontati senza protezioni ed esposti agli agenti atmosferici. Un trasferimento di rischio ambientale che viola lo spirito della Convenzione di Basilea sul traffico transfrontaliero dei rifiuti pericolosi, che prevede lo smaltimento il più vicino possibile al luogo di produzione.

Il paradosso della transizione ecologica

Il paradosso è evidente: mentre l’Europa accelera sulla transizione ecologica e investe miliardi nelle energie pulite, il fine vita delle tecnologie verdi rischia di alimentare un nuovo filone di criminalità ambientale. Il sole resta una risorsa, ma quando i pannelli smettono di produrre energia diventano una merce che fa gola al business illegale e può risultare altamente nociva. «Senza una filiera strutturata, il rischio di smaltimento illecito, abbandono o discarica è alto. La mancanza di corretti processi di riciclo porta alla dispersione di sostanze nocive e allo spreco di materiali come vetro, alluminio e silicio, vanificando i benefici della transizione energetica», conclude Morrone. Anche perché, come spesso accade, quando il profitto supera la legalità, a guadagnarci non è l’ambiente, ma chi sa muoversi nell’ombra.















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