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Migranti, il modello spagnolo o la linea dura italiana? “Rimpatri irrilevanti: regolarizzare significa soprattutto sicurezza”

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Cinque­centomila regolarizzazioni in un colpo solo, rivolte a irregolari presenti in modo continuativo prima del 31 dicembre 2025, con fedina penale pulita e, se richiedenti asilo, con domanda presentata entro l’anno scorso. La scelta di Pedro Sánchez in Spagna agita il dibattito politico e suscita preoccupazione anche nella Commissione Ue, che la considera in controtendenza rispetto a un linea europea che punta sulle restrizioni. Luca Di Sciullo, presidente del Centro Studi e Ricerche IDOS che pubblica ogni anno l’omonimo Dossier sull’immigrazione, invita però a riflettere e a guardare al modello spagnolo anche alla luce delle ricadute sull’economia e ai vantaggi sul fronte della sicurezza.

Cosa pensa della scelta spagnola di regolarizzare circa 500.000 persone?
La considero una mossa saggia e intelligente. Mantenere una mole così ampia di persone nell’irregolarità è un fattore di insicurezza per tutti: per i cittadini, per lo Stato, che non sa chi vive sul proprio territorio, e per gli immigrati stessi, che vivendo nell’invisibilità rischiano di essere sfruttati o reclutati dalla criminalità organizzata. È paradossale che governi che fanno della sicurezza la propria bandiera accettino di avere in casa persone di cui non sanno nulla.

A Bruxelles però c’è malumore: si teme che i regolarizzati possano poi spostarsi in altri Stati membri.
Bisogna essere chiari: l’Unione Europea non ha competenze sulla gestione delle migrazioni economiche, che restano sovranità dei singoli Stati. La Spagna ha tutto il diritto di decidere autonomamente. Inoltre, considerando l’estremo bisogno di manodopera in tutta Europa a causa della denatalità, è molto improbabile che persone regolarizzate e con opportunità di lavoro decidano di lasciare la Spagna, paese in crescita e più aperto di altri.

Sulla gestione degli irregolari noi puntiamo essenzialmente su rimpatri e Cpr.
I rimpatri dall’Italia sono una goccia nel mare: parliamo di circa 5.000 persone l’anno a fronte di una stima di 370.000 irregolari. Rimpatri ai quali i Cpr contribuiscono solo in minima parte, confermandosi strutture inefficaci e costose: il rimpatrio non avviene nel 60% dei casi nonostante detenzioni lunghissime, peraltro in condizioni disumane. Condizioni che certo non migliorano le persone che, lo ripeto, nella maggior parte dei casi vengono restituita al territorio italiano.

Cosa propone in alternativa?
Dovremmo regolarizzare tutti gli irregolari presenti, non con un provvedimento una tantum, ma attraverso meccanismi di regolarizzazione continuativa e individuale, basati sul radicamento maturato dalla persona nel tempo. Le nostre leggi attuali sono così irrealistiche e bizantine da essere esse stesse creatrici di irregolarità. Penso ai decreti flussi che nascono per assumere lavoratori stranieri dall’estero: troppo spesso non si arriva al contratto e chi intento è arrivato qui con un visto regolare finisce nell’irregolarità, spinto verso il nero, lo sfruttamento e le reti criminali. Una regolarizzazione totale sarebbe nell’interesse del sistema-paese.

Ma il Pil Spagnolo è in forte crescita, quello Italiano no. E poi la maggioranza di chi arriva punta ad altri Paesi Ue. Rischiamo davvero che se ne vadano, come già capita per tanti naturalizzati.
Bisogna distinguere. Chi arriva dalla rotta balcanica o sbarca come profugo spesso vuole raggiungere reti familiari nel Nord Europa, esattamente come facevano gli emigranti italiani settant’anni fa. Ma ci sono tantissimi migranti economici che vorrebbero restare qui e se ne vanno solo perché trovano un sistema ostile. Se l’Italia adottasse politiche più lungimiranti, potrebbe trattenere e inserire questa forza lavoro in un sistema produttivo ormai vecchio e poco competitivo.

Quali sarebbero i vantaggi concreti di invitare tutti “a sedersi a tavola”?
C’è un enorme vantaggio economico: oggi gli immigrati regolari producono già il 10% del Pil e lo Stato incassa da loro più di quanto spenda in servizi. Regolarizzare altri 370 mila potenziali lavoratori significherebbe sottrarli all’economia sommersa e aumentare la ricchezza generale del Paese.

Oltre al Pil, però, la sicurezza rimane una delle preoccupazioni principali e pretende risposte.
E secondo me sta proprio lì uno dei vantaggi principali: portando tutti nella legalità, invitandoli a “sedersi a tavola”, per usare la metafora, chi non sa stare a tavola si auto-evidenzia molto più facilmente. La sicurezza ha due leve: quella repressiva, della polizia, necessaria nelle emergenze, e quella della coesione sociale. Ma di questa seconda leva, della coesione e dell’integrazione abbiamo deciso di non servirci. Eppure in termini di sicurezza è la leva più efficace. La criminalità attecchisce dove c’è emarginazione e mancata integrazione. La vera sfida è creare spazi di dialogo in cui ogni identità sia riconosciuta: non c’è miglior medicina per la sicurezza.

Meloni e l’Italia però non sono isolate: la riforma europea al via da giungo va nella stessa direzione.
L’Europa sta vivendo un periodo cupo e miope. Queste politiche di chiusura stanno producendo un declino demografico cronico e un’economia che langue. Stiamo trasformando i migranti nel capro espiatorio delle nostre disfunzioni, ma è un atteggiamento autolesionista che pagheremo a carissimo prezzo.

L'articolo Migranti, il modello spagnolo o la linea dura italiana? “Rimpatri irrilevanti: regolarizzare significa soprattutto sicurezza” proviene da Il Fatto Quotidiano.















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