EDITORIALE – Lang, il talento sospeso e l’equivoco del fallimento
di Vincenzo Letizia
C’è una parola che nel calcio moderno viene usata con troppa leggerezza: fallimento. La si appiccica addosso ai giocatori come un’etichetta da saldo di fine stagione. Ma il calcio non è un supermercato, e i talenti non sono prodotti difettosi.
Diciamolo senza girarci intorno: Noa Lang non ha fallito a Napoli. Semmai è rimasto sospeso, come un quadro d’autore appeso in una stanza che chiedeva minimalismo.
In Olanda, con il PSV Eindhoven, aveva fatto benissimo. Fantasioso, sfacciato, ficcante nell’uno contro uno. Uno di quei giocatori che accendono la partita con un dribbling, che cercano l’uomo invece di evitarlo. Prima ancora, al Club Brugge, aveva già mostrato il repertorio: tecnica, imprevedibilità, personalità persino esuberante.
E allora perché a Napoli l’etichetta del “non pervenuto”?
Perché il contesto conta. Sempre.
Con Antonio Conte non si gioca per sé stessi. Si gioca per il sistema. Le sue squadre sono orchestre dove ogni strumento deve rispettare lo spartito. E Lang non è un violinista d’ordine: è un chitarrista jazz. Vive di strappi, di intuizioni, di rischi.
Quando è stato chiamato in causa, non ha fatto “proprio schifo”, per usare un’espressione brutale ma sincera. Anzi. L’assist per Scott McTominay nel pareggio acciuffato nel finale contro l’Inter resta un fotogramma nitido: qualità, visione, coraggio nel momento più pesante. Non il gesto di un corpo estraneo, ma di un giocatore dentro la partita.
Il punto, forse, è un altro: non ha avuto continuità. E il talento discontinuo senza fiducia diventa facilmente un equivoco.
Diverso il discorso per Lorenzo Lucca. Attaccante generoso, forte nel gioco aereo, ma tecnicamente limitato. Funzionale, sì. Determinante, raramente. Il confronto è quasi ingeneroso: Lucca è un mestiere, Lang è un’idea. E le idee, nel calcio di sistema, non sempre trovano casa.
Abbiamo riempito di elogi Conte – e non senza ragione. Mentalità, disciplina, risultati. Ma l’elogio non deve trasformarsi in dogma. Anche i grandi allenatori possono sbagliare valutazioni. Lang, per caratteristiche, avrebbe avuto bisogno di più spazio e più fiducia. Di quattro, cinque partite consecutive per sentirsi dentro il progetto e non in prestito alla causa.
Il calcio italiano è storicamente sospettoso verso gli anarchici. Li ama quando vincono, li accusa quando non si allineano. Lang paga forse questa diffidenza culturale. Non è stato un leader, non è stato un flop. È stato un talento non pienamente esplorato.
La verità, come spesso accade, sta nel mezzo: non è stato il Lang di Eindhoven, ma non è stato nemmeno il fantasma raccontato da certe sentenze da bar.
Il fallimento è un’altra cosa. Qui, semmai, si è trattato di un’occasione non del tutto colta. E nel calcio, come nella vita, le occasioni mancate fanno più rumore degli errori.
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