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L’intesa tra Meloni e Merz è l’unica novità in un’Europa agitata da Trump. E chi parla di “asse Roma-Berlino” denota ignoranza

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Chi è giunto alla mia non so se veneranda, comunque alta età, ricorda che l’Europa, nata nel 1957, fino al 2025 è stata solo un’associazione con finalità economiche e con, ma nemmeno tutta l’Europa Unita, delle regole finanziarie; e associazione manco sempre e sempre bene funzionante. Chi ha memoria, non trova invece nessunissima attività che si potesse chiamare seriamente politica. Alla fine, l’Europa è stata, sotto l’aspetto politico e militare, un’appendice degli Stati Uniti, sotto la forma della Nato, o altra forma più diretta quali sono le basi Usa non Nato.

I Greci antichi avrebbero detto symmakhìa, con una eghemonìa, tipo Atene e la Lega di Delo: alleanza di subalterni attorno a una potenza dominante. E non pensiamo che i sottomessi siano stati in qualche modo dispiaciuti di tale condizione: tutt’altro, l’Europa ne fu ben contenta, pensando di risparmiare spese. E felice sarebbe anche nel 2026 e nel 2036 e nel 2046… se Trump non avesse assunto, e molto chiaramente, una secca posizione di critica alla Nato stessa, e, sotto gli occhi del mondo, non avesse esplicitamente e allegramente sorvolato sulla testa dell’Europa, trattando solo da sé due questioni che invece dovevano essere squisitamente europee: le due guerre Russia-Ucraina e Palestina-Stato d’Israele. Sulla seconda, la silenziosa assenza dell’Europa è stata ed è desolante; sul Don, l’Europa ha rivelato la sua debolezza naturale («natura delle cose è il loro nascimento», insegna il Vico), quella di credere che si possa fare politica non con l’intelligenza politica e con la forza, ma attraverso l’economia; in questo caso, le sanzioni, che, secondo qualcuno, alla Russia dovevano tagliare l’erba sotto i piedi. Omissis.

Di fronte a questo atteggiamento di Trump, che sa molto di isolazionismo Usa, l’Europa improvvisamente si agita. Dico ora l’Europa in senso geografico, perché l’Europa (dis)Unita non fa e non può fare nulla: il suo governo non è a Strasburgo, dove siedono (letteralmente!) i parcheggiati parlamentari europei; è a Bruxelles, e non in mano a Ursula, bensì in mano ai burocrati dei tappi di bottiglia; burocrati non si sa nominati da chi, e garantiti da anonimato e, di fatto, da irresponsabilità. Mentre dunque l’Ue continua a non esistere politicamente, si sta muovendo qualcosa nell’Europa in quanto continente?

La novità è l’intesa tra la Meloni e Merz, che incautamente dei giornalisti ignoranti hanno battezzato l’Asse Roma-Berlino come nel 1936: l’unica cosa che sanno. Io invece, che sono molto istruito (ahahahah!), torno un po’ indietro, al 962, quando Ottone, re di Germania e poi imperatore, divenne anche re d’Italia; e, sebbene con sempre più scarso potere effettivo, il titolo di re d’Italia venne sempre portato dai re di Germania e imperatori del Sacro Romano Impero di Nazione Germanica. Era un’Italia delle Alpi alle Marche, senza alcuna memoria del mio calabresissimo re Italo. Dopo secoli di dimenticanza XII-XVI, lo riesumò Carlo V, facendosi incoronare nel 1536. Ci riproverà Napoleone; e avremo quattro re d’Italia dal 1861 al 1946, stavolta senza stranieri nativi o esportati. Ma il rapporto con la Germania è costante. La guerra del 1866 fu vinta dalla Prussia; e la politica estera dell’Italia unita fu, dal 1882 al 1914, in alleanza con la Germania a sua volta unita. Non è qui luogo per più recenti fatti. Oggi vedremo se l’Asse funzionerà tra il Merz e la Meloni.

La Germania del 2026 dichiara la sua intenzione di riarmarsi. Dopo il 1945, la sua costituzione glielo vieta, ma si sa, ragazzi, che le costituzioni… e qui mi fermo, se no pare che faccio propaganda per il Sì. Intanto c’è Macron che, in cerca di grandeur francese, vuole dire la sua; e, di fronte alla vaghezza di parlamento e commissione, anche gli altri Stati agiscono in proprio. Lo fa l’Ungheria. La Polonia, sempre causa e vittima (secondo i casi) di sconquassi in Europa, si ricorda che confina con Ucraina e Bielorussia e Russia; e ogni tanto magari sogna il ricorrente 1772… La Romania pare stia per annettersi la Moldavia, piccolissimo Stato dove si parla una lingua neolatina, ma quella ufficiale è già il romeno, lingua neolatina per eccellenza. Approfitto per suggerire che, grazie alla lingua, da quelle parti l’Italia può fare molto di più.

Ah, c’è la Danimarca che, dopo mezzo secolo di scordata, improvvisamente vuole pugnare per la Groenlandia ambita da Trump; la quale ghiacciata isola fa parte sì della Danimarca ma dal 1985 non fa parte dell’Unione Europea di cui fa sì parte la Danimarca, che però non usa l’euro. Confusio magna! E ci sono questioni territoriali e rivendicazioni storiche anche in quei geli artici? Chissà chi ha badato alle isole Svalbard, negli anni 1920 divenute norvegesi, però in qualche modo “attenzionate” dalla Russia? Prima o poi, ne sentiremo parlare.
Volete vedere che tutte queste agitazioni, per ora quiete e quasi sopite, sono come capita agli ammalati quando stanno per guarire, e si girano e rigirano nel letto, e chiedono da mangiare… insomma, danno interessanti segni di vita?

Quello che è certo è che, se l’Europa dovrà iniziare a vivere e farsi prendere in considerazione, non può essere questa Europa di passacarte dei tappi; ma dovrà diventare un’entità politica e militare. Serviranno organizzazione e istituzioni, ma, con buona pace di quanti, direbbe il Machiavelli, «hanno immaginato repubbliche e principati che mai non furono», non sono le istituzioni a fare le cose, sono le cose che richiedono, quindi fanno le istituzioni. Se l’Europa vorrà divenire una confederazione, allora dovrà accettare il principio che qualcuno decida, a maggioranza, a peso… Staremo a vedere. Intanto precisiamo che una confederazione è un’intesa di autonomie sulle cose che contano, soprattutto la politica estera, e non sulle minutaglie tipo stabilimenti balneari.

Il vero problema è che non esiste un’idea d’Europa. Avete mai letto una poesia, ascoltato una musica, visto un film, una cosa qualsiasi che si possa dire ispirata all’Europa? Io, no. Anzi, la cultura ufficiosa, quel pochissimo che compare, fa a gara per dire male della storia europea, a gara per una specie di “cancel culture”, e con essa a gara per la condanna di millenni di letteratura e arte e scienza e civiltà giuridica. Che bisogna fare, per la cultura? Semplicissimo: narrare l’Europa, e farlo con la regola della più spudorata verità, senza buonismi e senza generici cattivismi; senza nascondere e senza esaltare; e, in ogni caso, senza utopie… e senza filosofie “fin de table”, ovvero della domenica.

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