Lo choc sistemico della guerra in Medioriente: l’Asia si scopre vulnerabile e dipendente
di Aniello Iannone*
Ciò che sta accadendo negli ultimi giorni tra Stati Uniti, Israele e Iran non va interpretato come sola crisi regionale in medio oriente. Sarebbe una lettura superficiale, incapace di cogliere il movimento più profondo delle strutture storiche che hanno spinto all’attacco del 28 febbraio. L’uccisione di Ali Khamenei nei raid congiunti non ha soltanto intensificato un conflitto storico, ma ha reso visibile una trasformazione più ampia dell’ordine internazionale, in cui il Medio Oriente non è un teatro isolato, ma uno snodo attraverso cui si ridefiniscono gerarchie, dipendenze e possibilità politiche su scala interregionale.
La Cina ha definito l’azione inaccettabile e ha chiesto un cessate il fuoco immediato. L’errore analitico più frequente consiste nel separare la dimensione militare da quella politico-economica. In realtà, i conflitti del nostro tempo non si limitano a produrre distruzione; essi riorganizzano i campi entro cui il potere viene esercitato. La prima conseguenza della crisi è energetica, ma non nel senso ristretto del prezzo del petrolio. L’Asia importa circa due terzi del proprio greggio dal Golfo; circa metà delle importazioni cinesi e il 90 per cento di quelle giapponesi dipendono da quella regione. Inoltre, il 20 per cento del consumo globale di petrolio transita normalmente dallo Stretto di Hormuz. Questo dato non esprime soltanto una vulnerabilità commerciale ma una struttura di dipendenza. Significa che la stabilità dell’Indo-Pacifico è parzialmente fondata su un’infrastruttura esterna, distante, militarizzabile e politicamente contendibile.
È qui che la crisi assume il carattere di uno shock sistemico. Non è necessaria una chiusura totale di Hormuz per produrre effetti disciplinanti. Basta l’incertezza. Quando i mercati anticipano la possibilità di una rottura, gli Stati iniziano a riadattarsi preventivamente: rivedono scorte, diversificano fornitori, modificano rotte, accettano costi più alti pur di ridurre il rischio. Reuters ha riferito che governi e raffinatori asiatici si sono mossi proprio in questa direzione, con Giappone, India, Corea del Sud e Taiwan già impegnati in valutazioni di emergenza su approvvigionamenti e trasporti. In questo passaggio, lo shock non distrugge soltanto: produce nuove gerarchie di adattamento. Alcuni attori assorbono il colpo; altri scoprono che la propria autonomia era meno reale di quanto il linguaggio sovrano lasciasse intendere.
La Cina si colloca al centro di questa contraddizione. Da un lato, Pechino ha interesse alla stabilità. Importa più dell’80 per cento del petrolio iraniano esportato via mare, una quota che equivale a circa il 13,4 per cento delle sue importazioni marittime complessive di greggio. Dall’altro lato, la crisi offre a Pechino un vantaggio strategico indiretto: un coinvolgimento prolungato degli Stati Uniti nel Golfo consuma attenzione, risorse e capacità di concentrazione americana in Asia orientale. Chatham House ha osservato che la Cina sta giocando sul lungo periodo in Iran, evitando un sostegno militare diretto ma riconoscendo che la pressione statunitense può aumentare la dipendenza di Teheran da Pechino. Qui si vede con chiarezza una verità fondamentale, l’egemonia non si misura solo nella capacità di colpire, ma anche nella capacità di costringere il rivale a disperdere la propria forza in teatri multipli. Per l’Indo-Pacifico, dunque, la questione non è marginale.
Non si tratta soltanto di chiedersi che cosa accadrà in Iran, ma di comprendere come questa crisi ridefinisca i margini di azione di Cina, Stati Uniti e potenze intermedie. Per il Sud-est asiatico, la risposta è prevedibilmente prudente: moderazione, dialogo, rinvio della scelta. Non è passività. È la forma politica assunta da Stati che abitano strutture di dipendenza e cercano di sopravvivere all’interno di esse. In ultima istanza, questa crisi ci ricorda che i conflitti contemporanei non ridisegnano solo confini. Ridisegnano il rapporto tra potere e autonomia. Ed è proprio in questi momenti che diventa visibile la natura storica dell’ordine internazionale, non un equilibrio neutrale, ma un campo di forze in cui il consenso, la coercizione e la dipendenza si combinano per riprodurre, in forme nuove, le vecchie asimmetrie.
* docente di Politica Indonesiana e del Sud-Est Asiatico presso l’Università Diponegoro di Semarang, in Indonesia
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