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A Meloni dico: le regole del voto non sono un affare della maggioranza

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C’è qualcosa di singolare nel modo in cui, nelle ultime settimane, è tornata a circolare nel dibattito politico italiano l’ipotesi di una nuova legge elettorale. Il tema affiora spesso quasi sottovoce, come se si trattasse di una questione tecnica tra le tante. In realtà cambiare le regole con cui si forma la rappresentanza parlamentare è uno dei passaggi più delicati per qualsiasi democrazia.


Le ipotesi di cui si discute lasciano intravedere un meccanismo capace di trasformare anche una vittoria elettorale di misura in una larga maggioranza parlamentare. In altre parole, pochi voti di differenza potrebbero consegnare alla forza vincente un potere politico molto più ampio della sua reale consistenza nel paese.


È difficile non vedere in questa prospettiva un rischio evidente di alterazione dell’equilibrio democratico. Tanto più se la riforma della legge elettorale si intreccia con il progetto di revisione costituzionale che punta a rafforzare il potere dell’esecutivo. Sommare queste due operazioni significa modificare profondamente il sistema politico italiano.


Il problema non è la legittimità delle riforme. Le istituzioni non sono immobili e ogni sistema democratico deve sapersi aggiornare. Ma proprio per questo motivo le regole fondamentali della competizione politica dovrebbero nascere da un consenso largo, non da una decisione di parte. Quando le maggioranze cambiano da sole le regole del gioco, il sospetto di una manovra di potere diventa inevitabile.


La politica italiana si muove dentro una crescente polarizzazione tra centrodestra e centrosinistra. In questo clima la legge elettorale rischia di diventare l’ennesimo terreno di scontro.


Chi ha attraversato molte stagioni della vita politica europea sa quanto sia delicato questo passaggio. Negli anni Sessanta, con la squadra di basket, mi capitò di visitare paesi dell’Europa orientale allora definiti “democrazie popolari”. Sistemi nei quali il pluralismo era spesso più formale che reale. La memoria storica serve proprio a ricordarci quanto fragile possa diventare l’equilibrio democratico quando il potere tende a concentrarsi.


Il momento internazionale rende tutto ancora più complesso. La guerra in Ucraina ha riportato l’Europa dentro una stagione di tensioni geopolitiche che molti pensavano consegnate alla storia. Il nuovo fronte apertosi in Iran desta enormi tragiche preoccupazioni ma allo stesso tempo mostra tutta la debolezza dell’Europa. Le grandi potenze e imperi tornano a misurarsi sul terreno della forza, dell’energia e degli equilibri strategici.


In questo quadro anche l’Italia cerca un proprio spazio. La visita dello scorso gennaio della presidente del Consiglio Giorgia Meloni in Giappone e il rilancio del cosiddetto Piano Mattei mostrano il tentativo di rafforzare il ruolo internazionale del nostro paese. Ma proprio in una fase globale così instabile le democrazie dovrebbero essere ancora più attente alla solidità delle proprie istituzioni. Per questo la discussione sulle regole della competizione politica non può essere ridotta a un calcolo di convenienza immediata. Cambiare la legge elettorale significa intervenire sul cuore del sistema democratico.


Nelle stagioni più difficili della Repubblica, sui temi fondamentali delle istituzioni si è sempre cercato almeno un terreno comune tra le principali forze politiche. Non per cancellare il conflitto democratico, ma per evitare che le regole della democrazia diventassero esse stesse oggetto di contesa.


Oggi, mentre il mondo attraversa una fase di grande incertezza e l’Europa è nuovamente attraversata dalla guerra, questa prudenza sarebbe forse ancora più necessaria.

Le democrazie vivono di equilibrio e di fiducia. Quando le regole del voto diventano lo strumento della competizione politica, il rischio è che si incrini proprio quel patrimonio di credibilità istituzionale che costituisce la forza più grande di uno Stato democratico.

L'articolo A Meloni dico: le regole del voto non sono un affare della maggioranza proviene da Globalist.it.















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